MANDURIA. L’unico e il molteplice: note in margine alla mostra di Enzo De Cillis

MANDURIA. L’unico e il molteplice: note in margine alla mostra di Enzo De Cillis

Inaugurata lo scorso  21 Febbraio nei locali del Palazzo Imperiali di Manduria, ha chiuso i battenti la mostra antologica di dipinti di Enzo De Cillis, intitolata “Provocazioni  di pace”

Offriamo al lettore alcune personali impressioni sull’evento, che ha costituito un bel momento di socialita’ all’insegna della cultura. Enzo De Cillis ha offerto anche stavolta un saggio esclusivo della sua produzione pittorica, le cui coordinate abbiamo avuto modo di chiarire sia attraverso la lettura degli interventi ospitati nel bel catalogo (edito dalle edizioni Filocalia di Vittorio Basile) che mediante  una chiacchierata personale con l’autore, svoltasi nei locali della mostra.

Nelle opere esposte abbiamo intravisto  la consueta  proposta, tipica della pittura di De Cillis, di un’umanita’ molteplice e brulicante, strutturalmente fragile, talora colta nella paziente rassegnazione al suo destino di sofferenza, talora rappresentata mentre ,protese le braccia al cielo, implora  la definitiva liberazione.

Umanità molteplice, dunque, nei suoi diversi moti, forme,  e colori, cui si contrappone, nelle tele a nostro avviso piu’ dense di pathos,un Unico individuo, anch’egli sofferente, cioè Cristo Crocifisso. Pur antitetici,il  Molteplice e l’Unico condividono,  nelle tele del pittore manduriano , la stessa condizione di sofferenza, eppure il Cristo Crocifisso, pur nella sua fragilità, è l’unica ancora di salvezza per questa umanita’.

La quale  brama di partecipare con lui ad un moto ascensionale che, in uno dei dipinti piu’ belli, condurra’ tutti, finalmente, in una regione di luce. La luce, si’, proprio quella che fa capolino nei dipinti di De Cillis in modo del tutto particolare, cioe’ attraverso delle fasce verticali , che, a detta dello stesso pittore, hanno un doppio valore: estetico , e di articolazione dello spazio.Esse sono sapientemente calcolate: creano variazioni tonali e cromatiche, e al tempo stesso, movimentando la superficie, evitano l’appiattimento spaziale della composizione.

I colori, per De Cillis , si caricano di un valore semantico: egli stesso afferma di “preferire tonalita’ sempre piuttosto cupe, adatte ad esprimere il mio pessimismo di fondo riscattato dalla fede”.L’artista  e’ cattolico e praticante, e sostiene che punto di partenza di buona parte della sua opera e’ stata una personale riflessione sul libro della Genesi, eppure, come egli afferma, “anche se Dio si e’ fatto Storia in Gesu’ Cristo, gli uomini hanno perso il senso della trascendenza , che e’ unita’ ”.

Da qui, dunque,l’incombere sulla condizione umana di quel cielo perennemente grigio, e da qui anche  la tensione incessante dell’umanita’ verso la liberazione, costituita dall’unico Salvatore, “Sapienza  incarnata, che riafferma, con il suo  sacrificio, la grandezza dell’uomo libero, anch’egli, a suo modo, tabernacolo della Sapienza divina”.

Nella esibizione della sua corporeita’ irredenta, questa brulicante umanita’ e’ assolutamente realistica, di un realismo addirittura deformato , non si sa se piu’ dalla sofferenza fisica o da quella morale: niente di piu’ lontano, dunque, dalla ispirazione di De Cillis del realismo classico, “fotografico”.

Come tutti gli artisti di vaglia il pittore ha reinterpretato il dato reale, rivivendolo  attraverso la mediazione della propria visione del mondo, della propria estetica, del proprio gusto.Sfogliando i raccoglitori fotografici presenti sui tavoli della sala, scopriamo anche che e’ esistito un De Cillis scultore, che secondo noi avrebbe meritato maggior spazio all’interno della vicenda professionale dell’artista: ma l’uomo ha preferito la pittura, e gli esiti, notevolissimi, sono ancora una volta sotto gli occhi di tutti.

Nicola Morrone 

viv@voce

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