ENI TEMPA ROSSA E LA DISOBBEDIENZA CIVILE NON VIOLENTA GANDHIANA

ENI TEMPA ROSSA  E LA DISOBBEDIENZA CIVILE NON VIOLENTA GANDHIANA

Come spesso accade d’estate, i governi, tentano subdolamente, d’inserire tasse o leggi, approfittando della distrazione degli italiani in possesso dell’unica ansia: quella delle agognate ferie

Ed è ora questo, il turno, del Ministero dello Sviluppo che sta cercando di accelerare le autorizzazioni del Comune di Taranto e della Regione Puglia sul progetto  Eni Tempa Rossa che porterà allo stazionamento delle petroliere nel Mar Grande, triplicandone la quantità.  Secondo l’Eni, dalla Basilicata, il petrolio, dovrebbe giungere a Taranto, per essere caricato sulle petroliere che presumibilmente saranno  90 in più all’anno.

Diventa così elevatissimo il rischio di sversamenti di petrolio in mare, distruggendo ulteriormente un territorio ed un’economia, già annientati dalla follia dei governi e dell’Italsider -Ilva.

Ricordiamo inoltre che i mitili nel Mar Grande devono proseguire la coltivazione di quelli che, nel Mar Piccolo, non possono più svilupparsi a causa della diossina.  Così, come ha ben spiegato Daniela Spera in TV ed in altre situazioni pubbliche, aggiungere due serbatoi  di 180.000 metri cubi a quelli già esistenti, sarebbe davvero inquietante.

Il Movimento Stop Tempa Rossa, l’impegno di Legamjonici, Taranto Respira, Peacelink, i Cittadini Liberi e Pensanti e tanti altri, è noto, stanno lavorando e lottando spasmodicamente, ma a questo punto ci viene in mente Gandhi con la sua filosofia sulla NON-VIOLENZA,  SULLA RESISTENZA PASSIVA, SUL BOICOTTAGGIO E SULLA CAMPAGNA DI DISOBBEDIENZA CONTRO LA TASSA DEL SALE.

Negli anni 30’ il governo britannico aveva imposto un monopolio sul sale a tutti i sudditi in India. Ma Gandhi organizzò una marcia di oltre duecento miglia, a piedi, nelle zone sull’Oceano Indiano che durò 24 giorni, per raccogliere del sale nelle saline, attendendo l’evaporazione dell’acqua e per rivendicare, sotto gli occhi di tutti, il possesso del popolo indiano sul sale. Alla marcia si unirono sempre più persone sino a divenirne migliaia. Lo polizia colpì i manifestanti che non reagirono, caddero, ma se ne presentarono altri continuando la marcia.

La non violenza  per Gandhi  significava avere tanto coraggio, mentre le armi presuppongono  paura e dimostrano vigliaccheria. La non collaborazione e la resistenza civile richiedono sofferenza ma non rappresentano la sottomissione alle leggi del potere; comportano invece l’impegno di tutta l’anima.

“Non chiedo all’India di praticare la non- violenza perché è debole. Voglio ch’essa la pratichi essendo ben conscia della sua propria forza, del suo proprio potere”. Gandhi continua affermando: “Voglio che l’India si renda conto di avere un’anima che non può perire, ma che è capace di elevarsi trionfalmente al di sopra  di ogni debolezza fisica e di sfidare il mondo intero”. Si tratta della vittoria della forza spirituale sulla forza fisica dell’uomo, delle armi, del potere. La forza spirituale di un uomo, di un paese, di una città.

La disobbedienza civile è un diritto di qualsiasi cittadino. Gandhi riteneva indispensabile la fermezza che deriva dalla forza; alla base l’amore verso Dio e verso tutto il genere umano. Il controllo sulla mente è necessario per la resistenza passiva. Egli elaborò anche una serie di tecniche di lotta non violenta ed una  preparazione dei manifestanti, con i requisisti che essi devono avere.

Ricordiamo che Gandhi si laureò in giurisprudenza in Inghilterra ed andò a lavorare come avvocato in Sudafrica, dove vivevano molti immigrati indiani che venivano trattati come razza inferiore, subendo abusi ed ingiustizie da parte degli europei. Egli ne difese i diritti utilizzando delle tattiche di resistenza passiva che consistevano nel rifiutare le leggi ritenute ingiuste, ma accettando le pene imposte dalle leggi.

Ricordiamo che gli Inglesi dovettero abbandonare l’India proprio grazie alle lotte non-violente e di resistenza civile.

Chissà, forse, se i tarantini riusciranno un giorno a difendere sé stessi e la loro terra. Quel giorno sarà possibile, a mio parere, solo con una grande preparazione culturale e, certo, con delle tecniche ben congegnate.

MARIA LASAPONARA

 

 

viv@voce

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