“Sidùn” è la città di Sidone, in Libano, teatro allora di ripetuti massacri durante la guerra civile che sconvolse il Libano, dal 13 aprile 1975 fino al 1991

“Sidùn” è la città di Sidone, in Libano, teatro allora di ripetuti massacri durante la guerra civile che sconvolse il Libano, dal 13 aprile 1975 fino al 1991

 A farne le spese fu naturalmente in massima parte la popolazione civile, soprattutto i numerosissimi rifugiati palestinesi

La canzone, nella versione da studio, è introdotta dalle voci di Ronald Reagan e Ariel Sharon alle quali fa da sfondo il rumore dei carri armati.

«Certo, navigando non è che si incontrino soltanto Jamine o tavole imbandite con gatti in salmì spacciati per conigli selvatici, come si dice nella canzone Creuza de mä. Ci si può trovare anche di fronte alla tragedia, magari alla tragedia altrui, anche se condivisa, in quanto fratelli o figli della stessa cultura.

 È il caso di Sidone, Sidùn in genovese. Sidone è la città libanese che ci ha regalato oltre all’uso delle lettere dell’alfabeto anche l’invenzione del vetro. Me la sono immaginata, dopo l’attacco subito dalle truppe del generale Sharon del 1982, come un uomo arabo di mezz’età, sporco, disperato, sicuramente povero, che tiene in braccio il proprio figlio macinato dai congoli di un carro armato. Un grumo di sangue, orecchie e denti di latte, ancora poco prima labbra grasse al sole, tumore dolce e benigno di sua madre, forse sua unica e insostenibile ricchezza.

La piccola morte a cui accenno nel finale di questo canto, non va semplicisticamente confusa con la morte di un bambino piccolo. Bensì va metaforicamente intesa come la fine civile e culturale di un piccolo paese: il Libano, la Fenicia, che nella sua discrezione è stata forse la più grande nutrice della civiltà mediterranea.»

Fabrizio De André, intervista alla trasmissione “Mixer” (1984)

SIDUN

Il mio bambino il

mio

il mio

labbra grasse al sole

di miele di miele

tumore dolce benigno

di tua madre

spremuto nell’afa umida

dell’estate dell’estate

e ora grumo di sangue orecchie

e denti di latte

e gli occhi dei soldati cani arrabbiati

con la schiuma alla bocca

cacciatori di agnelli

a inseguire la gente come selvaggina

finché il sangue selvatico

non gli ha spento la voglia

e dopo il ferro in gola i ferri della prigione

e nelle ferite il seme velenoso della deportazione

perché di nostro dalla pianura al modo

non possa più crescere albero né spiga né figlio

ciao bambino mio l’eredità

è nascosta

in questa città

che brucia che brucia

nella sera che scende

e in questa grande luce di fuoco

per la tua piccola morte.

 

 

viv@voce

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