PASQUALE GIUNGATO, RICERCATORE E DOCENTE UNIVERSITARIO: “ ECCO LA NOSTRA UNIVERSITA’ ”

PASQUALE GIUNGATO, RICERCATORE E DOCENTE UNIVERSITARIO: “ ECCO LA NOSTRA UNIVERSITA’ ”

Intervista al prof. Pasquale Giungato ricercatore e docente presso la II Facoltà di Economia di Taranto in materie merceologiche, responsabile per l’Orientamento e Tutorato, rappresentante del Comitato Universitario dell’Università degli Studi di Bari

Professor Giungato alla luce del nuovo decreto Gelmini cosa è cambiato in sostanza per l’Università Italiana?

Posso solo esprimere un’opinione personale basata sulla mia diretta e personale esperienza e vorrei precisare che non esprimo le posizioni di associazioni di categoria o sindacali;  per ora sostanzialmente nella governance dell’Istituzione universitaria non è cambiato molto ma siamo in una fase di transizione: stanno lentamente mutando gli assetti delle strutture preesistenti per adeguarli alle nuove norme e siamo in pieno entrati nella fase di valutazione delle strutture e dei docenti. Non ci saranno più le Facoltà che si occupano di didattica e i dipartimenti che si occupano di ricerca: ci saranno solo dipartimenti che si occuperanno di entrambe. Per l’opinione pubblica ciò potrebbe provocare un certo disorientamento. E’ partita la procedura per la nuova abilitazione nazionale a professore ordinario ed associato, che sostituisce i vecchi concorsi su base locale. D’ora in avanti l’accesso all’Università avverrà tramite concorsi per ricercatore a tempo determinato, scompare la figura del ricercatore a tempo indeterminato, tuttavia date le ristrettezze di bilancio di molti atenei, specie al sud, non è garantito che al termine del periodo del contratto vi sia la definitiva sistemazione a professore associato.

Professor Giungato, ci può spiegare in sintesi quali  vantaggi e svantaggi ha portato il  Decreto Gelmini, sul piano della didattica e della formazione per gli studenti ?

Più che parlare di decreto Gelmini,  parlerei dell’assetto complessivo che si è venuto a determinare anche a seguito di tutta una serie di successivi provvedimenti legislativi, che stanno, a mio avviso, portando alcuni vantaggi; per esempio stanno scomparendo alcuni corsi di studio o indirizzi dei percorsi esistenti, che non avevano la necessaria copertura in termini di docenti strutturati disponibili e che si reggevano, sostanzialmente, sui docenti a contratto. Sempre per rimanere sul piano della didattica, direi che ad un incremento del risparmio in termini di costi per i docenti esterni, si riscontra tuttavia un appiattimento delle offerte formative sulle risorse disponibili delle sedi. Ovvero si rinuncia a professionalità esterne anche molto valide per risparmiare sui costi. E’ stato definito un meccanismo di distribuzione dei fondi ministeriali che prevede di destinare una quota premiale sulla base di una formula parametrica che tiene conto di vari fattori, tuttavia l’applicazione di questa formula ha determinato per alcune sedi definite “poco virtuose” dei tagli anche molto pesanti e mi riferisco alle università del Sud Italia a  determinare la decurtazione delle risorse pesano molto i fuoricorso per questo tutte le sedi  stanno fortemente potenziando il servizio di orientamento alla scelta del percorso universitario. Ritengo inoltre che  il meccanismo premiale introdotto è errato nella parte in cui favorisce le sedi in cui gli studenti acquisiscono più crediti formativi, poiché potrebbe trasformare alcune sedi in esamifici che risulterebbero, paradossalmente, virtuosi e in quella che premia le sedi in cui si riscontra un maggior successo lavorativo dopo il conseguimento del titolo, poiché penalizza le università che insistono su territori a bassa industrializzazione. E’ giusto che vengano premiate le sedi in cui viene realizzata una ricerca di qualità testimoniata  dalla percentuale di successi nei bandi per il finanziamento di progetti nazionali ed internazionali.

Appena approvata la legge 133, i rettori si sono scagliati contro il governo, criticando con vigore tagli definiti non solo pesanti, ma per di più indifferenziati. Ritiene che le modifiche che hanno introdotto trattamenti diversi per gli atenei siano una buona risposta?

Tutto dipende dai criteri usati per la distribuzione della cosiddetta “quota premiale” del fondo di funzionamento ordinario: sono estremamente favorevole all’introduzione di parametri qualitativi, e sono anche certo che gli attuali, se adeguatamente corretti, possono essere di stimolo al sistema nel miglioramento,  ma è necessario che tali parametri, tengano conto della realtà locale. Io ritengo che il miglior investimento che si possa fare in un momento di crisi è quello in ricerca per cui sono fortemente contrario ai tagli lineari indiscriminati al fondo di funzionamento ordinario. Lo testimonia la storia e io uso fare sempre un esempio ai miei studenti: la Corea del Sud che, grazie a massicci investimenti in ricerca,  è diventato  un paese avanzatissimo tecnologicamente, partendo da una situazione anche peggiore di quella italiana del dopoguerra, con multinazionali come la Samsung, che possiede centri di ricerca avanzati in tutto il mondo ed esporta per la qualità e la tecnologia dei suoi prodotti e non tanto per il basso costo della manodopera. All’obiezione che il successo sia dovuto, nei paesi asiatici  al costo del lavoro che è inferiore a quello italiano e che il sindacato non esista faccio notare che in base alle più recenti statistiche pubblicate da autorevoli fonti, i ricercatori di quel paese, in confronto al costo della vita, sono i meglio pagati del mondo.

Alcune delle nuove norme sull’università sono state definite “anti-baroni”, perché obbligano i professori a rendere conto di quello che fanno se vogliono scatti stipendiali, cosa ne pensa?

Che sia una ottima cosa tuttavia nella valutazione dell’attività svolta andrebbero inseriti parametri che tengano conto sia dell’attività di ricerca che della didattica intesa anche come attività di orientamento e tutorato che sono funzionali alle strutture ma che secondo me sono poco o nulla considerate.

Lei lavora presso la II Facoltà di Economia di Taranto. Quali prospettive vede per il futuro dell’Università nel territorio di Taranto?

A mio avviso lo sviluppo delle sedi universitarie decentrate in sedi autonome, dipende, come è stato per Foggia e Lecce, dalla volontà di far crescere una classe docente tarantina, ovvero sviluppare  le professionalità del territorio. Se i docenti dell’Università degli Studi di Bari “Aldo Moro” avranno questo coraggio sono certo che la sede di Taranto avrà un successo assicurato.

Qual è secondo lei la priorità per riformare il sistema universitario?

La diffusione di una nuova cultura basata sulla meritocrazia: una seria valutazione con i criteri che ho appena esposto e successivamente il coraggio di chiudere le strutture (dipartimenti ma non atenei) che sono sotto gli standard, come è stato fatto in altri paesi. Bisognerebbe dare un maggiore peso nella valutazione alle attività didattiche che, secondo me, sono trascurate rispetto all’attività di ricerca: a volte un bravo ricercatore può essere didatticamente poco valido e viceversa. Ma ad una struttura universitaria interessa anche la qualità della didattica, per come è strutturato adesso il meccanismo di valutazione, i docenti per avere gli scatti stipendiali e fare carriera trascureranno le attività didattiche a tutto svantaggio degli studenti.

Luca Lionetti

viv@voce

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