ILVA: INDAGATI ANCHE IL SINDACO E IL SEGRETARIO DEL VESCOVO DI TARANTO

ILVA: INDAGATI ANCHE IL SINDACO E IL SEGRETARIO DEL VESCOVO DI TARANTO

TARANTO — Il procuratore Franco Sebastio lo aveva detto alla fine della sua conferenza stampa dell’altro ieri in cui annunciava i sette arresti dell’inchiesta sull’«ambiente svenduto» condotta dalla Guardia di Finanza: «da domani ci metteremo a lavorare per chiarire la posizione di altri soggetti su cui vige l’obbligo del riserbo».

Qualche nome iscritto sul registro degli indagati è cominciato a filtrare già ieri. Tre, per il momento (dovrebbero essere una ventina in tutto). Quello del sindaco di Taranto, Ippazio Stefano, del segretario dell’arcivescovo, don Marco Gerardo e dell’ispettore della Digos Cataldo De Michele. Il primo cittadino deve rispondere di omissioni in atti d’ufficio in relazione ad un esposto-denuncia presentato dal consigliere comunale di minoranza, Filippo Condemi, in cui lo si accusa di non aver provveduto ad emettere misure a tutela dell’ambiente cittadino. Il reato contestato al sacerdote è la falsa dichiarazione al pubblico ministero: il segretario del vescovo (all’epoca dei fatti mons. Benigno Papa), secondo l’accusa, avrebbe coperto una tangente di 10mila euro che l’Ilva avrebbe versato all’ex preside della facoltà di ingegneria di Taranto, Lorenzo Liberti.

Don Marco avrebbe cioè avvalorato la tesi dell’ex responsabile delle relazioni esterne del siderurgico, Giacomo Archinà (dall’altro ieri in carcere), secondo cui la somma da lui prelevata era servita per una donazione alla curia tarantina. Secondo la Procura, la mazzetta era finita nelle tasche dell’ingegnere Liberti (messo da ieri agli arresti domiciliari), in cambio di una benevola relazione sulle fonti d’inquinamento in qualità di consulente dell’ufficio del pubblico ministero. Il poliziotto in servizio alla Digos di Taranto è invece indagato di rivelazione di segreto d’ufficio avendo rivelato ad Archinà che la Procura aveva avviato l’indagine per disastro ambientale a carico dell’Ilva.

Questi tre i nomi noti. Ma l’aria che tira negli uffici della Procura jonica promette di andare molto lontano e oltrepassare i confini non solo tarantini ma anche regionali. Sintomatica dell’impegno che attende gli uffici degli inquirenti è la frase pronunciata ieri dal procuratore Sebastio mentre lasciava il palazzo di giustizia con il «malloppo» dell’ordinanza del giudice Patrizia Todisco ed altri fascicoli sotto un braccio: «Abbiamo una montagna di cose da fare ancora». E mentre la Procura muove i suoi passi, la difesa dell’Ilva e degli indagati compie le sue mosse. Ieri i legali del gruppo Riva hanno depositato ricorso al Tribunale del riesame contro il provvedimento di sequestro delle materie prime lavorate. Ricorso hanno fatto anche i difensori delle persone raggiunte da misure restrittive personali. All’appello continua a mancare Fabio Riva le cui tracce si sarebbero perse domenica scorsa a Miami in Florida.

Oggi pomeriggio, infine, sono previsti gli interrogatori di garanzia in carcere dell’ex direttore dello stabilimento Ilva, Luigi Capogrosso e dell’ex responsabile dei rapporti istituzionali della stessa azienda, Girolamo Archinà, arrestati entrambi dalla Guardia di Finanza nell’ambito dell’inchiesta per disastro ambientale in associazione a delinquere. Ad interrogarli sarà il giudice Patrizia Todisco alla presenza dei rispettivi difensori, gli avvocati Gianluca Pierotti e Giandomenico Caiazza per Archinà e Egidio Albanese per Capogrosso.

Nazareno Dinoi

FONTE
lavocedimanduria.it

viv@voce

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