AVVENNE NELLA NOSTRA PROVINCIA. Organizzano un bluff ai danni di un istituto di credito e mettono un prestanome come responsabile. Le indagini. L’arresto e l’audizione d’avanti al giudice

A volte la realtà supera la fantasia

Si dice di un “bidone” perpetrato ai danni di un istituto bancario con carte false con a monte la richiesta di un  mutuo di circa mezzo miliardo delle vecchie lire che, alla luce della documentazione fornita, venne accordato. Protagonisti un prestanome con la regìa di alcuni “marpioni”.

Da premettere che nei decenni passati non esisteva la documentazione telematica e il tutto si svolgeva in base al carteggio che veniva fornito e da qui la valutazione, da parte di un istituto bancari, per accordare un prestito o un mutuo. Subito dopo l’istituto bancario, nella verifica nelle seguenti settimane, si accorge che tutto quello che nel carteggio fornito non risultava assolutamente nulla.

Scoppia lo scandalo. Titoloni sulla stampa locale. Le fiamme gialle fanno la perquisizione a casa del prestanome ma ahimè non trovano nessuna traccia del denaro sottratto all’istituto bancario. Chiuse le indagini e via al processo. Parte il processo e sul banco degli imputati c’è l’unico accusato: il prestanome.

Il giudice gli impone le generalità e la risposta è in stretto dialetto.

All’imputato viene ricordato che le risposte che deve dare devono essere in italiano. Annuisce l’imputato. 

Inizia  l’interrogatorio del giudice. “Imputato lei è accusato di aver truffato l’istituto di credito di quasi mezzo miliardo. E’ vero?”

Risponde l’imputato: “Signore giudice am propria”. Il giudice non capisce l’ultima parola e chiama l’avvocato difensore per ricordare che l’audizione del suo assistito deve avvenire in italiano, anche se non perfetto.

Il difensore si reca versa l’imputato e gli ricorda per l’ennesima volta che deve parlare in italiano.  

“Sini”, risponde l’imputato al suo avvocato. Prosegue l’interrogatorio.

Giudice: “Quindi lei ammette di aver truffato l’istituto di credito, vero?”

“Si, signore giudice, laggià fattu”. A questa risposta non in italiano il giudice ricorda ancora una volta all’imputato che deve parlare l’italiano. 

“Con questa sua ammissione lei sa che la sua posizione non lascia spazio ad altre domande. Lo sa, vero?” ribadisce il giudice.

“Lu sacciu, signore giudice”, ribatte l’imputato.

Il giudice fa finta di non aver sentito l’ultima frase dialettale anche se capisce la traduzione. 

“Imputato, mi dica. Dove ha messo tutti i soldi sottratti alla banca?” Con fare tranquillo ecco la risposta.

“Laggià spinnuti tutti alli puttani”, lapidaria la risposta dell’accusato.

Anche in questo caso il giudice sorvola sulla frase dialettale e guardando l’avvocato difensore  allarga le braccia.

“Una ultima domanda: spendere quasi mezzo miliardo di vecchie lire, come dice lei, a prostitute, non le pare una affermazione esagerata?”

Senza scomporsi, l’imputato risponde: “Signore giudice, iu nò mì benchiu mai!”

Il giudice resta perplesso all’ennesima risposta in dialetto.

Chiude l’audizione  e si ritira per emettere la sentenza di condanna per truffa.  

Giovanni Caforio

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