TARANTO. Legambiente. “Ilva: tra diritti negati e dichiarazioni incredibili”

TARANTO. Legambiente. “Ilva: tra diritti negati e dichiarazioni incredibili”

“Gli obiettivi di una battaglia unitaria della città per tenere insieme lavoro, ambiente e salute”

I provvedimenti approvati dall’Amministrazione comunale di Taranto, dalla revisione del protocollo previsto per i wind days – arrivando a contemplare in via precauzionale la chiusura delle scuole presenti nel quartiere Tamburi – alla decisione di impugnare il DPCM con cui è stata approvata la nuova A.I.A. Ilva, hanno il merito di dare forma e rappresentanza all’opinione e ai sentimenti di una città stanca di attendere interventi perennemente rinviati e di dover perciò convivere con situazioni inaccettabili, fortemente insoddisfatta delle misure contenute nel nuovo Piano ambientale adottato il 29 settembre e dei suoi tempi di attuazione.

Le immagini diffuse in occasione dell’ultimo wind day hanno reso plasticamente evidente a cosa sono esposti i cittadini di Taranto in perenne attesa della copertura dei parchi minerali, per la cui realizzazione – incredibilmente – la nuova A.I.A. concede a Mittal un margine di tempo molto più ampio di quello contemplato dalla precedente.

Si va dai tre ai quattro anni, a seconda di quando gli indiani prenderanno eventualmente possesso degli impianti, a fronte dei 28 mesi previsti dal precedente piano ambientale e dei due anni presumibilmente necessari stando ai report Ilva diffusi durante la procedura di assegnazione.

Durante questo tempo gli interventi di mitigazione rimarranno quelli previsti sinora: l’unica novità è infatti costituita dalla previsione di un limite massimo pari a 14,5 milioni di tonnellate/anno per la giacenza media annua dei parchi primari fino al completamento della relativa copertura: una misura positiva, ma insufficiente, che non tiene peraltro conto dei possibili picchi.

Legambiente aveva chiesto ben altro. Innanzitutto il ripristino dei 28 mesi previsti dal precedente piano ambientale che consideriamo ampiamente sufficienti considerato che le attività di caratterizzazione sono già state effettuate, mentre – all’epoca- erano ancora tutte da realizzare e, insieme, misure che ponessero a carico dell’azienda e non dei cittadini il peso degli interventi necessari a ridurre l’impatto dei wind days sulla popolazione e sui lavoratori: dai tempi di sfornamento e di distillazione del coke, alla riduzione ed alla filmatura dei cumuli, al rallentamento di specifici processi produttivi.

Ma niente di tutto questo è stato preso in considerazione: il Governo ha dato il via libera a un Piano che concede complessivamente a Mittal fino a sei lunghi anni per realizzare opere di cui c’è invece necessità immediata.

Ci chiediamo con quale coraggio esponenti del Governo continuino a ripetere la litania dei tempi anticipati quando è vero esattamente il contrario.

Per questo consideriamo positivamente l’operato del Comune di Taranto che, nei limiti ristretti che la legislazione gli concede, dimostra di voler mantenere un atteggiamento non subalterno agli interessi della multinazionale dell’acciaio e di voler esercitare un controllo sull’attuazione delle prescrizioni esistenti a partire dal rispetto delle misure comunque previste di contenimento della produzione e di maggiore filmatura durante i wind days.

Siamo convinti che sia i provvedimenti adottati che quelli annunciati, a prescindere dalla loro efficacia e dal loro esito, diano maggiore forza ai rappresentanti dei lavoratori che siederanno il 31 ottobre al tavolo negoziale con AM InvestCo, cui riteniamo sarebbe stato opportuno venissero invitati anche i rappresentanti istituzionali dei territori interessati.

Una maggiore forza che, pur nella ovvia grande difficoltà di una trattativa in cui Mittal ha già messo sul piatto della bilancia migliaia di esuberi, pensiamo possa essere utilizzata per provare a tenere finalmente insieme le ragioni del lavoro, della salute e dell’ambiente puntando a far rientrare dalla finestra del Piano Industriale ciò che il Governo non ha fatto entrare dalla porta di un Piano Ambientale di fatto sbilanciato a favore di Mittal.

Non si tratta di una “missione impossibile”, ma certamente è un obiettivo che può essere perseguito solo se la città nel suo complesso e i suoi attori istituzionali, politici, economici e sociali in particolare, sapranno ricercare e far prevalere le ragioni di una possibile battaglia comune che, a nostro avviso, deve puntare a ottenere:

1) una forte riduzione dei tempi previsti per le realizzazione delle opere prescritte dalla nuova A.I.A., a partire dalla copertura dei parchi minerali e dal rifacimento delle cokerie

2) l’adozione di nuove tecnologie produttive, diverse dal ciclo integrale, capaci di abbattere fortemente le emissioni inquinanti, indispensabili per traguardare una capacità produttiva superiore ai 6 milioni di tonnellate/anno senza esporre i cittadini a rischi inaccettabili

3) la preventiva valutazione di impatto sanitario in riferimento alla configurazione impiantistica che si vuole realizzare.

4) la realizzazione di misure che durante i wind days mitighino i rischi per la salute per i residenti nel quartiere Tamburi.

A questo deve accompagnarsi l’apertura immediata di un confronto col Governo e con i commissari Ilva che faccia chiarezza sulla bonifica delle matrici ambientali, sul cronoprogramma delle attività in capo ai Commissari e, quindi, sul “come, dove, quando” verranno spesi i soldi rivenienti dalla transazione con la famiglia Riva, e – ci permettiamo di aggiungere- su eventuali risorse aggiuntive da impegnare nelle attività di bonifica esterne al perimetro dello stabilimento.

Sapendo che l’esperienza maturata con la bonifica del Mar Piccolo, oggetto sinora solo di annunci e di studi di cui non si conosce né l’esito né la data in cui verranno resi pubblici, è assolutamente sconfortante e non costituisce certo un esempio cui guardare.

Infine, e certo non per fare baratti inaccettabili col diritto alla salute, crediamo anche che vadano richieste misure che diano risposta economica ai cittadini del quartiere Tamburi le cui abitazioni vengono attaccate da anni dalle polveri provenienti dallo stabilimento siderurgico senza che, per loro, sia prevista nessuna forma di risarcimento del danno economico subito sia in termini di maggiori oneri manutentivi che di svalutazione del patrimonio immobiliare.

Un altro diritto negato.

viv@voce

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