SAVA. 1964. Amarcord. Era agosto, il mese del rientro dei nostri emigranti

Quelle scene strazianti che resteranno sempre nelle nostre menti, sperando che questo possa servire, come ricordo, alle nuove generazioni

Nella prima metà degli anni ’60 le nostre abitudini erano totalmente diverse da quelle odierne. Era categorico che dovevamo andare a dormire dopo aver pranzato. Nelle Vie del paese, a quell’ora, non c’era quasi nessuno in giro. Il caldo era torrido, insopportabile, e il frigorifero era ancora un lontano miraggio.

E avere l’acqua “fresca” significava fare la fila alle fontane pubbliche con tanti che aspettavano il loro turno. “Lu mili” era il contenitore di terra cotta, o di argilla, per l’acqua che usciva dalla fontana pubblica e che conservava maggiormente la freschezza del liquido che ospitava al suo interno.

Volevamo sollevare anche la “quartara”, ma era più pesante di noi!

Cominciavano a uscire le prime bombole a gas, le quali sostituivano il fuoco a legna, I più “fortunati” avevano la casa al mare e i traini, caricati all’inverosimile, si dirigevano verso le nostre marine. I materassi svettavano su tutto il trasporto con il loro ripieno di foglie di granturco con il classico “cra cra” ogni volta che ci muovevamo nel letto.

Per noi che restavamo nel paese, aspettavamo con molta ansia di dormire la notte sul marciapiede (bacchettoni o timminaturu, fate come è più comodo) ma dopo alcuni minuti le nostre mamme ci prelevavano e ci portavano dentro casa. Avevamo sì e no 7-8 anni e aspettavamo con ansia di diventare grandi. E provavamo a  immaginare come saremmo diventati adulti. Ma chè. Non ci riuscivamo affatto. Era agosto, era il periodo più afoso dell’anno. Le nostre abitazioni erano tutte di un bianco setoso. Il latte di calce tinteggiato sulle facciate delle  nostre case abbagliava i nostri vispi e pimpanti occhi.

Ed ecco che arrivano i nostri emigranti. Ed ecco che nelle Vie del paese si respira un aria nuova e densa di mille curiosità. La stazione di Archignano “sbarcava” i savesi che tornavano per godersi le legittime ferie e abbracciare i loro cari. Molti genitori avevano lasciato i propri figli dai nonni per dedicarsi completamente al lavoro all’estero per permettersi, con i guadagni del lavoro, di farsi la tanto sospirata casa, vera meta. Le auto da noleggio, sempre con la classica puzza di nafta, facevano su è giù dalla stazione ferroviaria. Ed ecco il tanto atteso arrivo.

Gli orari del loro arrivo non erano mai rispettati. A volte erano, addirittura, alcune ore di ritardo. Tolte queste premesse, arriviamo subito alla scena che si apre d’avanti ai nostri occhi: da poche decine di metri vediamo arrivare l’auto da noleggio (con gli indimenticabili autisti Mazzotta, Lonoce, Bersagliere, Bevilacqua, Cavallo) e subito mettiamo a fuoco  più che possiamo la nostra vista. L’auto si ferma a destinazione. L’autista spegne l’auto e via all’uscita dei passeggeri. Tutti ad aspettare questo incontro. Parenti degli emigranti e noi che facevamo “numero”.

La scena più straziante era l’abbraccio della mamma che non vedeva da un anno i propri figli. Le lacrime uscivano a dirotto. Ma erano lacrime di felicità, di gioia nel vedere i propri figli cresciuti, E noi, piccola folla curiosa, che facevamo oltre a far “numero”?

Aspettavamo il momento più atteso. L’apertura delle valigie e pronti a ricevere qualche stecca di cioccolato. Missione e attesa esaudita. Le nostre piccole mani toccavano per la prima volta una stecca di cioccolato. Che gioia!

Ah dimenticavo. Era un altro mondo.

“E’ notra ebbliga” (è un’altra epoca) dicevano i vecchi, con il loro insostituibile bastone della vecchiaia, quando mettevano a confronto la loro passata vita con quella nuova che si affacciava …

Giovanni Caforio

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