TARANTO. Pasqua 2020. Il Moscati, il Covid-19 e quegli anziani che fanno fatica a respirare

Da un commento su facebook del pneumologo Massimo Soloperto

Nel torpore di una notte ormai rassegnatamente insonne ripenso al tardo pomeriggio di oggi: sono ancora chiuso nel mio fortino (così ormai chiamo il mio Ospedale Moscati), mi sento particolarmente felice, mi succede tutte le volte che dimettiamo un paziente: questa signora poi dimessa a ridosso della Pasqua mi dava ancora di più il senso della liberazione dalla sofferenza di chi ,come lei,aveva dovuto lottare faticosamente per riacquistare il respiro.

Arriva la chiamata dal pronto soccorso, giù dove vi sono le tende da campo per il triage dei pazienti sospetti Covid: hanno bisogno di un pneumologo perché hanno un paziente che sta peggiorando rapidamente dal punto di vista respiratorio. La cosa un pò mi infastidisce perché significa risistemarsi dentro tutto i sistemi di protezione e portarsi appresso fuori dall’ospedale, un ventilatore con tutti i suoi accessori.

Pazienza, mi rimetto tuta, mascherine, guanti, visiera, mi accerto del funzionamento del ventilatore e finalmente dopo un breve tragitto fatto con passo cadenzato e artificiale quasi robotico (la tuta non mi permette di avere un passo fluido) arrivo sotto la tenda. Ad attendermi una giovane infermiera che non riconosco, lei invece mi riconosce e mi dice con tono scanzonato: “Dottor Soloperto se avrò bisogno lei sarà il mio pneumologo”.

E io: “Quando tu avrai bisogno di me io sarò già in pensione”.

Mi fa vedere il mio paziente: è un signore molto anziano che respira a fatica e mentre cerco di capire il da farsi i miei occhi cadono su tutti gli occupanti di quella tenda buia e fredda: sono tutti molto anziani. Una vecchietta gracile è rannicchiata in una barella all’angolo. Sicuramente, nonostante le cure degli operatori sanitari che lavorano in condizioni proibitive dentro quella tenda, ha molto freddo.

Rimango attonito e guardo il mio collega che intanto mi spiegava i problemi del paziente sul quale dovevo intervenire. Probabilmente, nonostante la visiera avrà colto il mio sguardo di smarrimento quando, smettendo di elencare le patologie del paziente che stavo visitando mi dice con aria rassegnata: “Qui faccio quello che è possibile, questi anziani li mandano qui con la febbre perché hanno paura che sia Covid”.

Persone deboli e fragili, avanti negli anni, sdraiati su barelle scomode e rigide in una tenda fredda e semibuia.

Per un attimo ho pensato a quante volte le loro mani forti e giovani hanno rialzato i loro piccoli figli dopo che erano caduti consolandoli con un bacio, per loro non vi era la mano di una persona cara a sorreggerli e a dargli calore in quel triste momento, fui distolto dal vociare di due infermieri che dicevano che neanche le ambulanze venivano di buon grado al Moscati, tra i dannati del Covid 19.

Il mio paziente necessitava di un supporto rianimatore dal punto di vista tecnico ma forse gli avrebbe fatto più bene una coperta e una carezza. Lo sciame dei pensieri notturni fu interrotto ad un certo punto dal lamento di mia madre nell’altra stanza. La sua mente confusa di novantenne ha bisogno di certezze: la mia voce la rassicura e mi chiede: “Dove siamo?”

Le rispondo con un sorriso: “Siamo ancora qui, mamma. Buona Pasqua”.

Rosaria Ragni

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