SCRITTE SUI MURI. L’incontro con il leccese e la scritta “Cornuto. Figlio di cornuti e nipote di cornuti”

Quando le scritte sui muri delle nostre città invitano a pensare e, come in questo titolo, a sorridere per come è stato assemblato il trinomio

Un pò tutti, specie da giovanissimi, ci siamo sentiti incuriositi nel vedere su qualche muro qualche frase che ha attirato la nostra ilarità. Magari, oltre agli abbasso e gli evviva, ci ha portato anche alla riflessione.

Qualche anno fa mi trovavo a Lecce, in pieno Salento, il tempo di scendere dall’auto e recarmi al bar più vicino per il classico caffè. Una parete in tufi, appena intonacata, portava una scritta singolare. “Cornuto. Figlio di cornuti e nipote di cornuti” era ben in vista e con caratteri abbastanza vistosi.

Mi stupì il “fastidio” che aveva spinto l’autore ad essere, diciamo così, genealogico e ben mirato all’obiettivo che si era prefisso.

Sorrisi e il tempo di sciogliere lo zucchero nel caffè espresso che mi aspettava sul bancone del bar un leccese, molto probabilmente mi ha visto sorridere dopo aver letto lo scritto sul muro, mi dice: “Piccè stà riti?”

 Ed io: “Certu però ca cinca è fatta quera scritta ti fastidiu snè pijatu motu!”

E giù a ridere entrambi.

“Sai che, colui chi ha fatto quella scritta tanto torto non lo aveva?”, sbotta d’avanti a me.

Ed io, molto composto, gli rimando: “Beh qualunque cosa avesse  fatto, il soggetto sottointeso, non era certo un modo garbato di scrivere una frase così offensiva”.

“Ma che stai dicendo? Tu non conosci la persona che è stata presa di mira da chi ha scritto quella frase”.

Ed io di nuovo a ripetere la risposta di prima.

“Sappi che la persona a cui è rivolta quella frase è uno che si è fatto sempre migliore degli altri ma, come tu sai, nella vita non bisogna mai rallegrarsi delle disgrazie degli altri, in quanto possono succedere a tutti. Vero?”

“Sono d’accordo con lei al 100%”

“E posso proseguire nel parlare o dovete andare via?”

La faccia simpatica del leccese mi induce  a proseguire la curiosa conversazione.

“Sai, maestro, che quella frase è un boomerang verso chi lancia accuse infamanti verso gli altri?”

Ed io:”Certo, al mio paese diciamo anche che ‘ci cinca sputa an cielo an facci l’hai’ ”.

Il leccese: “Quel signore che viene chiamato “Cornuto. Figlio di cornuti e nipote di cornuti” è per davvero un grande cornuto”.

Il dialogo comincia ad essere noioso e pare non essere alla mia portata. Vorrei andare via ma mi sembra poco garbato lasciare di stucco il leccese.

“Quel grande cornuto, a furia di chiamare gli altri cornuti, un giorno andò a casa e trovò la moglie a letto con un altro. Lo sapevi questo?”

Ed io: “E che ne so. Non sono manco di Lecce”

“Mi fai finire?”

“E va bene finisci”.

“Quando trovò la moglie a letto con un giovane carosino, non si scandalizzò più di tanto. E sai perché?”

“Veloce dai”, gli dico.

“Perché la moglie poteva fare tutto quello che voleva in casa e lui doveva stare pure zitto”.

“Mi sembra singolare questa situazione e a tratti inverosimile”.

“Maestro, non ti stupire più di tanto. Oggi succede di tutto”.

“Certo che può succedere di tutto ma quando uno entra nelle proprie mura domestiche è padrone di fare tutto quello che crede. Sempre nel lecito e nel consenso sulle cose”.

Il leccese si accorge che rispondo disinteressato. Ha la faccia allegra ma il tempo per me è malandrino.

“Ah maestro. Una ultima cosa. Immaginiamo una scena: lui entra in casa e vede la moglie che, passami il termine, che tromba con un altro e magari gli dice ‘cara tutto bene?’ e lei ‘si caro, tutto bene’, magari poi si rivolge al giovane carosino dicendogli ‘a lei intanto gli preparo un caffè?”

Lo saluto con una buona giornata …

Giovanni Caforio

 

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