SAVA. Il racconto del disabile vittima della baby gang: “Io senza famiglia e omosessuale, in venti da anni si approfittavano di me”

Ai carabinieri che hanno indagato sulle violenze subite in questi anni, l’uomo, affetto da problemi psichici, ha offerto un racconto raggelante: “Da un po’ di tempo a questa parte – ha svelato a giugno scorso agli investigatori – subisco continue richieste di denaro da parte di alcuni ragazzi del luogo da me conosciuti, circa una ventina”

“Vivo da solo e non ho una famiglia, molti in paese mi insultano perché sono omosessuale. Sono una persona molto fragile e quindi questi giovani si approfittano di me”. È un racconto agghiacciante quello dell’uomo che per anni è stato perseguitato dalla gang di ragazzini arrestati ieri mattina dai carabinieri di Sava, piccolo Comune dell’entroterra tarantino a pochissimi chilometri da Manduria, il paesino dove viveva Antonio Stano, 65enne che ha perso la vita e che veniva torturato da un’altra baby gang. Anche la nuova vittima, come Stano, vive da solo e ha problemi psichici.

Ai carabinieri che hanno indagato sulle violenze subite in questi anni, l’uomo ha offerto un racconto raggelante. “Le donne – ha raccontato – mi hanno sempre rifiutato, poi sono andato fuori di testa. È stato il paese – ha sottolineato – che mi ha fatto deviare e poi sono stato con vari uomini”. È un accumulatore seriale di rifiuti che poi smaltisce tra l’isola ecologica e la sua stessa casa. Non per ragioni ambientaliste. Il motivo per cui raccoglie quei rifiuti è un pugno allo stomaco: “Tutti i miei dispiaceri – ha confessato ai carabinieri – che ho accumulato nel tempo mi hanno fatto venire questo forte legame che ho per gli oggetti, che ho accumulato ed ammassato in casa nel tempo”.

Allontanato dalle persone, quell’uomo ha cercato di donare affetto ai rifiuti. Quei rifiuti, insomma, erano qualcosa che attenuava la sua solitudine oltre a dargli la possibilità tramite l’accumulo punti per la differenziata di avere qualche spicciolo in più per soddisfare le continue richieste di soldi del branco. Decine di ragazzi che lo minacciavano, lo derubavano oppure lo perseguitavano fino a quando non offriva il suo denaro. “Da un po’ di tempo a questa parte – ha svelato a giugno scorso agli investigatori – subisco continue richieste di denaro da parte di alcuni ragazzi del luogo da me conosciuti, circa una ventina. Mi spiego meglio. Io sono omosessuale e vivo da solo. Sono una persona molto fragile e quindi questi giovani si approfittano di me. Vengono a trovarmi da casa, anche in gruppi, e mi chiedono continuamente soldi”.

Non sono richieste esose: quei giovani pretendono al massimo 20 euro per ogni visita, ma per lui che ha una pensione di poco superiore ai 500 euro al mese sono tanti. “A volte mi chiedevano 5 euro altre volte 10 euro a testa con cadenza settimanale. Praticamente un 40/50 euro a settimana. Quei balordi sapevano perfettamente quando prendevo la pensione. Infatti, quando ai primi del mese andavo a prelevare al bancomat si appostavano fuori casa, mi suonavano ed entravano dentro casa mia, nonostante non fossi d’accordo e rovistavano tra le mie cose per cercare denaro, oro o il mio bancomat. Alla fine, per paura e per togliermeli davanti, cedevo alle loro richieste”.

Alcune volte, ha raccontato, euro 20 a testa, “altre volte fino a 100 euro per tutto in gruppo che si presentava”. Anche i vicini anche confermato l’andirivieni di giovani che lo umiliavano e lo insultavano fino a quando non ottenevano denaro. Tutti, insomma, sapevano, ma nessuno ha parlato se non quando chiamati dai carabinieri. Nemmeno l’indignazione e l’onda emotiva di quanto accaduto a Stano nella vicina Manduria ha smosso le coscienze. Di certo gli arresti di Manduria non hanno impaurito gli aguzzini di Sava: le richieste di denaro sono proseguite fino a pochi mesi fa. “Gli indagati – scrive il giudice nell’ordinanza di custodia cautelare – non dovevano sempre minacciare esplicitamente la vittima per ricevere il denaro, contando non solo sulla facile arrendevolezza del malcapitato, ma anche sul clima di intimidazione da costoro creato, agendo spesso in gruppo ed essendo – peraltro – la vittima convinta della loro appartenenza (vera o presunta) a famiglie malavitose“. Per tali ragioni – ha aggiunto il magistrato – era “sufficiente che gli indagati alzassero la voce o manifestassero una certa insistenza per vedere accontentate le loro richieste di denaro”.

Francesco Casula

FONTE

ilfattoquotidiano.it

 

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