LECCE. Una delle vittime intossicata dai funghi. “Se posso raccontarlo, lo devo al personale medico e paramedico”

Pericolo scampato per le due famiglie leccesi – nove persone in tutto – ricoverate, lo scorso 1 novembre, al “Vito Fazzi” di Lecce, per una grave intossicazione da funghi

La situazione, fortunatamente, è rientrata e tutti sono stati dimessi. Uno dei ricoverati, Stefania Sanapo, ha deciso di raccontare a “WideNews” l’accaduto e i concitati momenti vissuti.

È andata bene, cosa si sente di dire?

«Per prima cosa desidero ringraziare pubblicamente il micologo, dottor Franco Signore, e tutti i componenti del Pronto Soccorso degli Ospedali presso cui siamo stati ricoverati. La loro competenza e tempestività, mi consentono, oggi, di poter raccontare l’accaduto. In particolare ringrazio il dott. Signore che ha subito identificato la specie fungina che ci stava avvelenando, dando, così ai sanitari la possibilità di contattare prontamente il Centro Antiveleni di Bergamo per le prime cure».

Ma come è andata?

«Un nostro conoscente ci ha fatto dono di una certa quantità di funghi, che abbiamo deciso di consumare per il pranzo del 1 novembre. Eravamo tutti tranquilli perché la persona che ce li ha donati è un esperto conoscitore e perché quella non era la prima volta».

Quando i primi sintomi?

«Subito dopo pranzo, abbiamo cominciato a manifestare nausea e vomito. Poi la notte anche la febbre. Sono stata io per prima a intuire la possibilità di un avvelenamento perché tutti avevamo mangiato funghi e tutti eravamo nelle stesse condizioni. Ho capito che non dovevamo più aspettare perché le cose di lì a poco sarebbero peggiorate».

Quindi tutti ricoverati al “Vito Fazzi” ?

«Nella prima fase sì. Poi ci hanno separati. Il primo momento è stato importante per tutti, perché bisognava individuare la tossina per assumere l’antidoto specifico. E qui l’immediatezza del dott. Franco Signore ha fatto davvero la differenza. Non smetterò mai di ringraziarlo anche a nome della mia famiglia. Inoltre voglio sottolineare la grande umanità e comprensione di tutti i sanitari. Una grande paura e preoccupazione, gestita in modo capace dal personale medico e paramedico».

Poi siete stati divisi?

«Per me, mio marito, mia figlia, mio fratello e mia zia è stato necessario un’osservazione detta “breve” ma che in realtà è durata 24h, nella sala di osservazione del Pronto Soccorso del “Fazzi”. Grosso modo, dal momento del ricovero, fino alle 14:00 del giorno dopo. Per mio padre, tra l’altro cardiopatico,  e una mia cognata, invece, c’è stato bisogno di un ricovero in reparto, sempre nello stesso l’Ospedale. Mentre mia madre ed un’altra cognata sono state trasferite presso l’Ospedale di Galatina».

Perché ha voluto raccontare?

«Spesso i racconti che si fanno sulla nostra Sanità pubblica, specie da noi, al sud, mostrano un disastro permanente. Cose che non vorremmo mai sentire. Allora ho pensato, vista la gravità, che parlare della competenza e umanità di persone che hanno fatto il possibile per noi e che, quotidianamente lo fanno per tutti, sia un dovere da parte mia. Paragonare il Pronto Soccorso di quella sera, con tutte le altre urgenze oltre la nostra, ad un Lazzaretto manzoniano, è poco. Eppure, il personale medico e paramedico del “Vito Fazzi”, dal momento del nostro ricovero fino alle dimissioni, non ha trascurato nessuno. Assistendo tutti in egual modo. Senza sosta. Nonostante la cronica carenza di personale e ausili sanitari e la stanchezza visibile. Per questo a loro va il nostro grazie di cuore».

Elvira Zammarano

 

FONTE

widenews.it

 

 

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