SAVA. Prosegue nelle campagne il taglio, e il furto, degli ulivi secolari

Sono decine le denunce dei savesi. Manca il controllo del territorio

Arriva inesorabile, quasi a scadenza di stagione, il taglio degli ulivi nelle nostre campagne. Con una facilità impressionante alcuni scalmanati, nel buio della notte, diventano padroni delle campagne savesi.

E via al taglio più doloroso. Quello degli ulivi secolari. Tronchi portati via per far legna e rivenderla. E’ questo il bussines di questi balordi che se solo sapessero il valore del loro danno forse, dico forse, ci penserebbero un pò su prima di commettere un reato contro il nostro patrimonio mediterraneo.

Ma così non è. Così non lo sarà. Mai. E allora si registrano a decine le denunce dei savesi che si recano negli uffici competenti a protestare per il mancato controllo del territorio.

Vengono scelti, dai criminali, alberi di ulivo già potati in modo da agevolare la loro scriteriata azione  e grazie all’ausilio di motoseghe completano il tutto in poco meno di una decina di minuti. Una volta decapitati gli alberi di ulivo, senza ombra di dubbio gli stessi vengono caricati, senz’altro, con qualche automezzo che di sicuro non è un Ape Piaggio.

E rimarchiamo, per l’ennesima volta, che manca il controllo del territorio. E questo è un problema, esclusivamente amministrativo. La domanda, ci può stare: ma dove viene portata questa legna o meglio questi tronchi d’ulivo secolare?

Nell’occhio del ciclone ci potrebbe stare che il recapito finale sono i rivenditori di legna da ardere. Tagliare un tronco, lì per lì, può essere facile ma farlo a pezzetti, per caminetti e stufe a legna varie, richiede un lavoro certosino a cui,  sicuramente, il criminale non è dedito.

Il criminale si sbarazza quanto prima della refurtiva e cerca di incassare al più presto i proventi del reato consumato.

E della serie “picca ma malitetti e subitu” consumerà l’utile della notte tra pizza e birre varie nei giorni a venire. Ma un albero di ulivo vale di più.

Ci mette decenni a crescere. A produrre il suo frutto.

E vederlo stroncato ci piange il cuore …

Giovanni Caforio

 

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