TARANTO. L’ex pm Di Giorgio condannato a 8 anni in Cassazione: atti di corruzione anche per “operazioni politiche”

Per l’ex magistrato scatterà l’ordine di carcerazione. Alcuni reati contestati sono andati prescritti: tra questi aver costretto alcuni consiglieri a dimettersi per far cadere l’allora sindaco Ds Loreto

La Corte di Cassazione ha condannato a 8 anni di reclusione Matteo Di Giorgio, ex sostituto procuratore della Repubblica di Taranto arrestato nel novembre del 2010 con le accuse iniziali di concussione e corruzione. Per Di Giorgio nelle prossime ore scatterà l’ordine di carcerazione da parte della procura generale della Corte d’Appello. Il magistrato era già stato sospeso cautelativamente dal Csm.

La Suprema Corte ha sancito la prescrizione per alcuni reati, tra cui quello di aver costretto nel 2001 alcuni consiglieri comunali a dimettersi per far cadere l’allora sindaco Rocco Loreto (Ds). I giudici hanno anche riconosciuto Di Giorgio colpevole per gli altri capi d’accusa rideterminando la pena rispetto ai 12 anni e mezzo inflitti al termine del processo d’appello.

La Cassazione ha dichiarato Di Giorgio colpevole anche di concussione perché tra il 2007 e il 2008 avrebbe spinto un imprenditore a offrire una vacanza per sé e la propria famiglia altrimenti “senza il suo intervento su un suo collega magistrato, titolare di un fascicolo di indagine sul villaggio, sarebbe stata sequestrata l’intera struttura”. Non solo.

Di Giorgio avrebbe costretto l’imprenditore ad allontanare alcuni personaggi dalla struttura tra cui l’ex sindaco di Castellaneta, ed ex parlamentare dei Ds Loreto che presentò un dossier ai carabinieri di Acquaviva delle Fonti (poi trasmesso per competenza alla Procura di Potenza) contro il magistrato. Nel 2001 Loreto fu arrestato e finì addirittura in carcere con l’accusa di calunnia proprio di Di Giorgio: 16 anni più tardi, accettando di rinunciare alla prescrizione, Loreto è stato assolto pienamente dal tribunale di Potenza perché il fatto non sussiste.

Per Di Giorgio, invece, i giudici di secondo grado scrissero nella sentenza che le sue “condotte criminose” erano “ispirate non solo dallo specifico intento di favorire nel 2007 la nomina a sindaco di Castellaneta del suo intimo amico D’Alessandro ma quello, più in generale, di manipolare l’operato dello stesso D’Alessandro al fine di ottenere utilità personali nonché attraverso l’uso distorto del suo potere giudiziario, di proteggere i suoi alleati politici e di colpire i suoi avversari politici indagati nei processi a lui affidati in qualità di pubblico ministero di Taranto”.

Anche per D’Alessandro, poi effettivamente eletto sindaco nel Comune di Castellaneta con un coalizione di centrodestra, la Cassazione ha confermato la condanna a 3 anni di carcere.

Francesco Casula

FONTE

ilfattoquotidiano.it

 

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