Sabato 25 marzo è stato celebrato il 60º anniversario dei Trattati di Roma

Il Trattato che istituisce la Comunità Economica Europea (TCEE) è il trattato internazionale che ha istituito, appunto, la CEE

Questo è stato firmato il 25 marzo 1957 insieme al trattato che istituisce la Comunità Europea dell’Energia Atomica (TCEEA); ambedue insieme, sono detti “Trattati di Roma”.

Insieme poi al trattato che istituisce la Comunità Europea del Carbone e dell’Acciaio, ovvero la CECA, firmato a Parigi il 18 aprile del 1951, i Trattati di Roma rappresentano il momento costitutivo della Comunità Europea.

Bisogna ricordare quello che non viene mai riferito, e cioè che il primo a parlare di una concezione di Europa Unita fu don Luigi Sturzo.

Adenauer gli riconobbe questo suo merito di primo costruttore dell’Unità Europea, quando la sera di 60 anni fa, invece di partecipare alla cena di festeggiamento al Quirinale, si recò a ringraziarlo nella sua piccola stanza presso il Convento delle Suore Canossiane, stando con lui per due ore.

Nel lontano 1928 a Londra don Luigi Sturzo scriveva il libro profetico “La comunità internazionale e il diritto di guerra”, un libro che fu allora ritenuto utopistico. Nel lungo termine, egli sosteneva che il diritto di guerra potrà essere abolito con il graduale abbattimento delle barriere economiche e politiche, barriere che sono sempre state causa di sanguinosi conflitti. Con gli accordi economici, scriveva Sturzo, si favoriranno poi le unioni politiche.

Fu quindi il primo a parlare della necessità di costituire gli Stati Uniti d’Europa come prima tappa del lungo processo dell’integrazione economica mondiale :

“Gli Stati Uniti d’Europa non sono una utopia, ma soltanto un ideale a lunga scadenza con varie tappe e con molte difficoltà. Occorre procedere a una revisione doganale, che prepari una unione economica con graduale sviluppo, fino a poter sopprimere le barriere interne. Il resto verrà in seguito”.

Luigi Sturzo non è stato solo il fondatore di un partito politico e un sociologo oltreché, ovviamente, un sacerdote di fede intensa, ma un produttore di teorie politiche assai moderno. La sua produzione culturale è immensa, una sessantina di libri, centinaia di articoli su riviste e quotidiani, decine e decine di conferenze in numerose università del mondo.

L’esilio cui fu costretto, perché antifascista, divenne per Sturzo un’occasione straordinaria per allargare ulteriormente il suo orizzonte e per farsi conoscere in Gran Bretagna, Francia, Spagna e Stati Uniti. Paesi dove ancora oggi è giustamente considerato un pensatore politico di riferimento sul piano della ricerca.

Ma già in un discorso a Milano del 17 novembre 1918 parlava della necessità di dar vita a una “profonda palingenesi”, a “uno stato d’animo nuovo” a livello popolare per impedire che ancora possano esservi “nell’Europa civile nazioni subordinate e popoli oppressi”.

E, in un’altra conferenza a Napoli nel 1923, fu il primo a parlare della necessità di una unione economica e doganale “quando le condizioni monetarie lo potranno consentire, un’unione economica e possibilmente doganale dell’Italia con la Jugoslavia, l’Austria, la Cecoslovacchia e l’Ungheria”.

Questa apertura  internazionale  Luigi Sturzo l’aveva già inserita nel testo dell’“Appello ai liberi e forti” nel 18 gennaio 1919: “Domandiamo che la Società delle nazioni riconosca le giuste aspirazioni nazionali, affretti l’avvento del disarmo universale, abolisca il segreto dei trattati, attui la libertà dei mari, propugni nei rapporti internazionali la legislazione sociale, la uguaglianza del lavoro, le libertà religiose contro ogni oppressione di setta, abbia la forza delle sanzioni e i mezzi per la tutela dei diritti dei popoli deboli contro le tendenze sopraffattrici dei forti”.

Anche se avvertiva i rischi alla realizzazione di un vero realismo europeo. È del 1930 la lettera a Marc Sangnier in cui dice: “Sarà un’utopia una qualsiasi forma di stati uniti d’Europa senza una base economica larga, senza una politica democratica omogenea, senza una modalità che possa realmente affratellarci”. E nel 1948 dirà “ che le federazioni non si fanno sulla carta, debbono nascere da interessi morali e materiali secondo lo sviluppo storico di ciascuna di esse, lo standardismo non è applicabile al caso. Quel che crea l’Europa non è una geografia vista su carte dai diversi colori, ma una tradizione e una storia una cultura, un sistema economico”.

E, ancora, “il mercato comune in una visione economica e coraggiosa, deve correggere gli errori dello statalismo e rendere più efficienti gli scambi della piccola Europa nelle aree del dollaro, della sterlina e del franco svizzero, in modo da aumentare quegli investimenti che saranno reciprocamente utili”.

Infine guardava all’Europa come area di confine fra l’Occidente e l’Oriente, oltre che fra l’Occidente e il Sud del mondo:“La nuova Europa che verrà non potrà sviluppare la propria personalità senza tener conto del mondo spiritualmente e storicamente diverso che è nel sud che bagna le sponde del Mediterraneo, dove ancora oggi, con notevole effetto, si sentono gli echi di Atene e di Roma, di Siracusa e di Cartagine, di Tessalonica, Alessandria, Cesarea, Bisanzio, Gerusalemme. Gli ignoranti possono sorridere a queste evocazioni”…e la storia, in particolare quella di questi ultimi anni fino ad arrivare ai nostri giorni, ci dice della profonda lungimiranza e attualità di queste sue idee.

Vito Piepoli

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