SAVA. Dalla terra di “cannazza” nell’imperscrutabile futuro su qualche stella lontana

Viv@voce ricorda così il nostro caro vignettista, Sergio Soloperto

Viviamo in un paese in cui le cose vanno sempre al verso opposto e di questo ne siamo tutti consci, a volte speriamo che uno schieramento politico possa essere in grado di dare un volto, una facciata, o un aspetto migliore a questo nostro amato paese e subito ci ricrediamo quando vediamo che l’operato di chi ci amministra si discosta di molto dalle nostre speranze innovative: Sava è così. Maledettamente così. E questo è un paese che amiamo, che abbiamo deciso essere la nostra dimora, la nostra vita, insomma la nostra casa. In questa casa, non tanto comoda, abbiamo individuato nella figura classica del savese colui che tira a campare, colui a cui interessano solo i “cazzi suoi” e di quello che succede attorno a sé non importa un bel niente, forse neanche marginalmente. Sava è così, il savese è la sua copia autentica. A volte mi chiedo se mai questo nostro DNA cambierà, a volte sono fiducioso quando vedo alcuni interessi dei giovani, condannati alla noia, all’apatia in virtù di strutture che mancano per la loro crescita.

Sava è questo, oggi: con dati alla mano vediamo un paese che sta scomparendo, che sta perdendo le sue intelligenze verso lidi e luoghi più produttivi e quando un paese perde le sue giovani intelligenze è un brutto segno, vuol dire che tra non molto Sava sarà un paese di vecchi, se preferite di anziani. Sava, se andiamo di questo passo, sarà così. Una sorte segnata che non ci vuole mica poi tanto a vederla proiettata tra un decennio.

Questi erano i temi spesso dibattuti e discussi con Sergio nelle uscite serali dove era facilissimo incontrarlo tutte le sere in Piazza San Giovanni o mentre passeggiava con alcuni suoi cari amici lungo Via Del Prete. Mi ripeteva spesso:“Ggiuà? Aja ragioni Gilistrinu: Sava eti terra ti cannazza, cenca chiantamu chiantamu no cresci mai niente!!!”. La sua caratteristica andatura dondolante, quasi da bilancia che non riesce a trovare l’equilibrio, la classica e micidiale sigaretta tra le dita, i suoi curiosi baffetti brizzolati ma su tutto la lodevole caparbietà di non convincersi che sarà sempre così in questo nostro paese: questo era Sergio. Sergio Soloperto è stato il primo e l’unico vignettista che Viv@voce ha avuto nella sua redazione. Entrò nel nostro giornale nella primavera del 2005.

Le sue vignette sono state ospitate su Viv@voce tutte le volte che lui ha voluto, a volte gli suggerivo il contesto a volte era lui stesso che lo proponeva e, a volte, ero io che mettevo la frase caustica sotto lo sbeffeggiato. Tanti particolari mi portano a lui, tra cui quello più curioso: cambiai il verso della testata al nostro giornale e mi fermò appositamente per dirmi:“Uè Ggiuà? Nddrizza la testata ti lu giornali. Certu ca la fatta propria comu la capu tua”. E io di rimando:“Solopè? C’è jè meiju cu ndrizzu la testata tlu giornali o cu ndrizzu la capu mia?” Pronta la risposta:“Ndrizza la testata tlu giornali ppi mmoni”.

Sergio Soloperto faceva parte della schiera degli LSU (lavoratori socialmente utili) in forza al nostro Comune da oltre un decennio, lavoratori che hanno un impiego di cinque ore al giorno nella macchina burocratica e operativa savese. Sergio era il catalizzatore di questi precari del precariato savese, era il punto di riferimento di qualunque manifestazione nazionale che vedeva gli Lsu in primo piano e il nostro giornale ha sempre ospitato le salite romane, sempre speranzose verso una occupazione stabile negli Enti locali. Simpaticissimo, creativo, alquanto fantasioso, Sergio aveva questa dote. Ricordo tutte le vignette che sono state pubblicate su Viv@voce ma fu su Corrado Agusto, allora sindaco, che le  sue vignette si imperniarono in modo continuo e proficuo sul nostro giornale.

La prima vignetta, su Corrado Agusto, Sergio disegnò Corrado Agusto con l’aureola in testa, quasi a voler dire che avevamo trovato il volto nuovo della politica a Sava e che questo volto nuovo stava per aprire un nuovo ciclo politico e una nuova classe politica. Ahimè, ci sbagliammo di brutto, io e Sergio, subito. Nelle successive vignette ci fu una vignetta dove Corrado Agusto compariva senza volto quasi a voler dire che non sapeva di niente, senza caratura politica e senza determinazione a voler affrontare, e a risolvere, i problemi del nostro paese. Le sue vignette ottennero molti apprezzamenti dai nostri lettori e anche da chi è convinto che a volte una Amministrazioni Agusto (ben 4 governi locali in 18 mesi, un vero record!!!) furono disegnate con il primo cittadino alle prese con cose più grandi di lui: la vignetta che Sergio designò fu quella di vedere l’allora Sindaco dietro ad un tavolo di scuola con alle spalle una libreria con tanti libri, con alle prese il suo diario e qualche … giocattolo!

Da questa vignetta partirono dal nostro giornale tutte le successive didascalie sugli eventi che caratterizzarono il successivo abbandono di Corrado Agusto del Palazzo Municipale. Le vignette le firmava con lo pseudomino “Chimera” e ad ogni uscita al fianco di questo c’era l’anno della creazione. Era da quasi un anno che gli si era affievolita la fantasia, spesso e volentieri lo invitavo a fare qualche vignetta ma lui mi diceva: “Questi nuovi Amministratori non mi ispirano niente, proprio niente…” oppure, scherzando, “Ci uei ca ti fazzu la vignetta mà pajà!” era scontata la mia risposta: ‘Aria!!! Viti cu nossia se tu ca mà paija a mei”.

Il linguaggio che spesso usavamo era del tipo popolare-popolano, accompagnato da battute che spesso ci portavano a ridere. Sergio era anche questo: se ne è andato troppo presto e in fretta, a soli 52 anni, nella seconda settimana di un Aprile che aspettava una primavera che tardava a venire; chi sa forse in quell’azzurro del cielo ha trovato altri precari che lo aspettavano con ansia per organizzarsi e dare una sistemazione definitiva alla loro occupazione. Credo che mancherà a tantissime persone e questo è bello in quanto avranno sempre il ricordo vivo di lui: ai suoi carissimi familiari, a sua moglie, ai suoi figli, al fratello Tino, ai colleghi del lavoro che sono rimasti orfani di chi avrebbe potuto portare avanti a testa alta la loro lotta contro un precariato che in altri Comuni limitrofi le pubbliche Amministrazioni hanno integrato, da diversissimi anni, in pianta stabile nei loro organici. Ah già … dimenticavo: stamu a Sava!!!

Un bellissima canzone di Francesco Guccini diceva: “Voglio però ricordati come eri, pensare che ancora vivi …”. Caro Sergio, questo è l’unico articolo che non avrei voluto mai scrivere: noi siamo qui, ancora, a cercare di creare un paese più dignitoso.

Con gli occhi gonfi di lacrime, visto che non ci sei più … CIAO SERGIO.

Giovanni Caforio

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