AMARCORD. Era la prima settimana dell’aprile 2004 e il nostro giornale provava a nascere …

Incontro tra amici per dare nome a questo giornale che voleva essere una voce in più nella nostra comunità

Fu in un pomeriggio che ci incontrammo e cominciai a parlare loro di questo progetto che avevo in testa. Ma oltre al progetto, in astratto, la cosa che più voleva caratterizzare questo potenziale parto doveva essere il nome. “Contrasto”, “Contatto”, “Pungolo”, erano i nomi che mi risuonavano spesso. Ma fu Marcella Lomartire, allora redattrice del “Giornale di Sava”, con cui collaboravamo assieme, che uscì dal cilindro il nome: “Chiamalo Vivavoce”. Fui subito preso da questo nome. E apportai solo la modifica centrale. Ovvero, tolta l’unica “a” e messa la chiocciolina.

Viv@voce. Bene, pronto il nome ma bisognava entrare in un campo tecnico perfettamente sconosciuto. In tutti i sensi. L’unica cosa che sapevo fare era accendere il tasto on e off del computer. Non sapevo nulla di cosa fosse un browser, un file, sommariamente un hard djsk, un megabyte o addirittura la parola nuova “Giga”. Non conoscevo nulla di tutto ciò.

Eppure, toccava a me entrare in questo campo, essendo l’editore, e assumermi tutte le responsabilità economiche che un simile progetto avrebbe dovuto incontrare sin dai primissimi passi. Giro di tipografie nella vicina Manduria, primi preventivi e si comincia a preparare il classico materiale da stampare. Gli articoli! In quei giorni ci fu una confusione totale, nella produzione del primo numero di Viv@voce. Furono così tante le andate e le venute da Manduria per tantissime cose.

Non sapevo quanta capienza potesse avere un floppy oppure come masterizzare un cd rom e includere dentro le foto. E anche non conoscere la differenza che passa tra una foto in formato jpg o in tiff o in bitman. O peggio ancora mettere mano all’impaginazione, opera questa vitale in quanto un giornale prima di essere stampato deve essere prodotto su di un cd rom. Insomma, un vero e proprio calvario. Ma tutto questo non mi fece demordere.

Tutt’altro. Lo consideravo una sorta di dazio da pagare per poi entrare direttamente nella dimensione tecnica. Per la verità non ci misi molto. Anche se, inizialmente, rimandavo quanto più possibile la mia “mano” alla produzione del giornale su cd rom. Il tempo era sempre malandrino. Il lavoro, gli affetti che spesso trascuravo per familiarizzare con questo mondo nuovo. Certo, essere redattori di un giornale è un conto, ma essere il proprietario del giornale è un altro.

Ci sono tutte le responsabilità del caso. Economiche e di fatto. Particolare non ultimo, un giornale prima di approdare nelle edicole deve avere la registrazione al Tribunale di competenza. In questo caso Taranto, e oltre alla ragione giuridica, ci vuole anche la firma di un direttore responsabile. Qui ci fu un vero e proprio panico da parte mia. Bisognava trovare un direttore responsabile iscritto all’Ordine Nazionale dei Giornalisti. E che tra l’altro non conoscevo nessuno. Ma questa era una vera e propria priorità.

Giro nei paesi limitrofi sulle pochissime conoscenze in mio possesso sperando in una firma a costo zero. Ma la risposta fu “mi spiace, ma non ce la faccio. Sono molto occupato”. Già. Esco fuori dal campo delle mie conoscenze dirette e batto altre strade. Altra sorpresa. Una giornalista di Grottaglie, contattata, mi dice : “Se lei vuole la mia firma per il suo giornale mi deve dare 800 euro al mese e poi gli articoli prima di pubblicarli devono passare dal mio controllo!” Cacchio. Provo ad dirle “guardi che è un giornale che sta per nascere. Diamogli un piccolo aiuto. Poi nella fase di avvio possiamo anche discutere le sue richieste”. Fu categorica e non volle sentire più ragioni su questo tema.

Ma non fu solo lei a fare la preziosa. Ci furono anche altri giornalisti jonici che seguirono il suo stesso passo. Ma a volte la sorte ti fa sorridere e ti dà una via di uscita. Per caso, per pure caso, stavo in un quotidiano tarantino e in questo incontro offrivo la mia collaborazione locale in cambio della firma al mio giornale. Il direttore di questo giornale mi disse che non gli interessava la cronaca savese e che questo scambio non era fattibile.

Ma ecco che succede qualcosa di straordinario! “Senta, se vuole qui nella stanza a fianco c’è un nostro giornalista se vuole lo chiamo parla con lui direttamente”, ribatte il direttore. Bene. Ci incontriamo nel suo ufficio. A pelle c’è un intesa straordinaria su tutto. Dà la firma a Viv@voce! Si chiama Mario Deiacovo, ed è lui il primo direttore responsabile di Viv@voce. Se Viv@voce è uscito subito dopo il merito è in gran parte suo. A lui, devo essere molto grato per diversi motivi. Il primo è quello di avere avuto una fiducia cieca in me. Di non avermi mai chiesto la revisione degli articoli prima della pubblicazione. E questa è stata una cosa lodevole. Lodevolissima. In un campo, del giornalismo e di editori, fatto di presuntuosi che si credono di essere chi sa chi.

Mario Deiacovo ha dato la firma a Viv@voce il tempo necessario, due anni, per poi iscrivermi all’Ordine Nazionale dei Giornalisti, avvenuta nel maggio 2006. Da allora con Mario Deiacovo, una volta sostituita la firma sua con quella mia, non ci siamo più sentiti nonostante avessimo avuto uno straordinario rapporto di collaborazione. Ma rimane sempre un tassello importantissimo per questo giornale. Una chicca.

Ci fu un amico che quando seppe che avevo ottenuto l’iscrizione all’Odg mi disse: “Certo che tu sei una speranza per molti”. Bella la speranza per molti. Già, Viv@voce è stato, e sarà sempre, una speranza per molti. Specie per chi la parola non l’ha mai avuta.

Giovanni Caforio

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