La Sarajevo di Micky: la Jugoslavia di Tito, la guerra, le speranze

La Sarajevo di Micky: la Jugoslavia di Tito, la guerra, le speranze

Una foto di Tito troneggia sul salotto di Muamero Micky come si fa chiamare dagli ospiti della sua guesthouse

Come tanti a Sarajevo, Micky trova difficoltà a trovare lavoro e per sopravvivere e dare la possibilità ai suoi tre figli di studiare, affitta le stanze della sua casa ai turisti che arrivano qui da ogni parte del mondo. A due passi da Bascarsija, il quartiere simbolo di Sarajevo, Micky mi mostra il giardino, un tempo – dice – il più bello di tutta Sarajevo. Quel giardino mi spiega è stato il teatro di un miracolo ai tempi dell’assedio in città: una granata è piombata lì senza esplodere. Micky non crede di esser stato graziato da un qualche Dio, lui semplicemente non ha mai fatto del male in vita sua, non ha paura, non ce l’ha avuta nemmeno di fronte alle circa 12 mila vittime, tra cui amici e familiari, cadute sul suolo di Sarajevo sotto il colpo dei mortai e delle granate che cascavano sulla città a tutte le ore del giorno.

Per tre lunghi anni. Guarda il quadro di Tito, mi racconta del giorno in cui sua madre in lacrime lo ha raggiunto in stanza per comunicargli la notizia della sua morte: “La Jugoslavia non sarà più la stessa”. E quelle parole suonano profetiche a venti anni dall’inizio del più lungo assedio in Europa seguito alla seconda guerra mondiale. In Bosnia il tempo si è fermato in quell’istante, il presente non è che una dimensione dilatata di quel passato che torna a volte a ferire, a volte a lenire le sofferenze. ‘Prima della guerra’,‘dopo la guerra’, come uno spartiacque sul quale fondare l’identità bosniaca, ancora attonita e frastornata di fronte alle lacerazioni che ha sulla pelle.

Nei suoi racconti trovano posto le Olimpiadi di Sarajevo del 1984, quasi l’ultimo volo del cigno prima della morte, i suoi viaggi a Trieste, come quelli di tutti gli iugoslavi dell’epoca, i suoi caffè sorseggiati sul lungomare, le vacanze in un paesino della Croazia. Mickyvolge lo sguardo al futuro, però. Parla di speranza per le nuove generazioni. Non vuole arrendersi al suo passato, non vuole arrendersi all’idea di una Sarajevo che si lascia travolgere dagli odi etnici. Sarajevo, la città che vanta la presenza di chiese cattoliche e ortodosse, che ha ospitato gli ebrei sefarditi fuggiti dalla Spagna della Santa Inquisizione ed il cui ritmo è scandito dai salmi dei muezzin. Micky ci tiene a raccontarmi di un suo amico di etnia serba riparato a Belgrado durante la guerra che è riuscito a far giungere viveri che hanno tenuto in vita la sua famiglia. Perché a Sarajevo non si moriva solo sotto i colpi dei cecchini, ma banalmente di fame e stenti.

Non ha parole di rabbia nemmeno verso quell’Europa che ha assistito indifferente alla pulizia etnica e alla creazione di campi di concentramento non, come spesso si dice, alle porte di casa sua, ma nel suo cuore. Quell’Europa dimentica delle vergogne che avevano caratterizzato la sua recente storia. Eppure il desiderio di Micky è di vedere un giorno Croazia, Bosnia e Serbia nell’Unione Europea, vedere la sua terra mentresmette di scavare nelle divisioni per costruire ponti di dialogo. Perché mai come nei Balcani i ponti hanno da sempre rappresentato un simbolo di frattura, piuttosto che di unione. 

L’unica volta in cui vedo Micky infuriarsi è quando chiamo Tito ‘dittatore’. Il maresciallo era stato capace di tenere in piedi il puzzle di etnie chiamato Jugoslavia e di difendere quei popoli dalla versione esacerbata dei nazionalismi che, tuttavia, non riuscì mai del tutto a sopire, semmai a destare ancora di più, reprimendone le aspirazioni.

Continuiamo a raccontarci per ore accompagnati dalla rakjia, sembra una storia vissuta chissà in quali secoli, chissà da quali personaggi. Gli chiedo se ha voglia di ritornare a Trieste a bere caffè sul lungomare. No, mi risponde, quegli anni non torneranno mai più.

 A. Briganti

 

viv@voce

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