LA DEA IN TRONO TRAFUGATA DA TARANTO

Acquistata nel 1914 dalla Germania per un milione di marchi

Venerdì 6 dicembre, l’associazione culturale Dopolavoro Filellenico, ha ospitato  l’archeologo Angelo Conte, presso la sua sede didattica, l’aula magna del liceo Ferraris – Quinto Ennio a TarantoLo studioso ha presentato il suo lavoro di ricerca storica ed archeologica, contenuta nel volume “La Dea del Sorriso”, riferito alla “Statua di Persefone” che fu trafugata da Taranto nel 1912 o, come alcuni pensano, da Locri nel 1911.  Acquistata poi dal Governo tedesco, la Persefone Gaia, così denominata  per via del suo sorriso appena accennato, si trova attualmente all’Altes Museum di Berlino. Dopo un secolo di mistero e di dispute accese tra studiosi, il professor Angelo Conte ha dimostrato che questo capolavoro assoluto della scultura magnogreca della metà V sec. a.C. è stato sottratto da Taranto. La “Dea in Trono” ha un’altezza di cm 151, con base cm 69 x 90, ed un peso di circa950 kg.

Trafugata dall’Italia meridionale ed acquistata sul mercato antiquario dalla Germania nel 1914, da allora è vanto del Pergamonmuseum di Berlino. Lo stesso Direttore del Dipartimento di Antichità del Museo di Berlino Theodor Wiegand, presentandola all’epoca, come una statua sostanzialmente integra, della stessa doveva avere sicuramente altre notizie; si limitò , però, solo ad indicare la provenienza da una presunta antica colonia greca dell’Italia meridionale. Conservò il segreto, probabilmente per garantire l’anonimato del venditore, trattandosi di un oggetto del mercato clandestino, ma anche per non precludersi la possibilità di avere altri frammenti e per depistare la provenienza da Taranto. Lo stesso Wiegand, 10 anni dopo, nel 1925, dichiarò che erano stati recuperati e acquistati dal mercato clandestino, altri frammenti poi donati al Museo di Berlino.

Qualche anno dopo il Reinach fornì altre informazioni sulla statua che acefala era stata trasportata da una regione orientale del Mediterraneo, da dove proveniva,  a Parigi, ed esposta nei primi mesi del 1914 inuna mostra d’arte, allestita dall’antiquario Hirsch e visitata da numerosi frequentatori. Il Louvre avrebbe voluto acquistare l’opera, ma le richieste esorbitanti non crearono l’opportunità. Poi causa la guerra, la mostra fu chiusa,  perché Hirsch era tedesco e la statua fu sequestrata. Ne ottenne il rilascio il palermitano Virzì, dimostrando di essere il legittimo proprietario e di averla prestata solo per la mostra. Da Parigi la statua fu portata a Ginevra e poi a Berlino, acquistata dal Fiedrich Museen per 1.000.000 di marchi, grazie ad una sottoscrizione aperta dallo stesso Guglielmo II.

La “Dea in Trono” è in marmo pario,  sicuramente di culto per l’aspetto rigido e solenne. E’stata realizzata intorno al 480-460 a.C. periodo in cui lo stile severo si sostituiva progressivamente a quello arcaico. Nella ricerca di Angelo Conte, è fortemente suggestiva la dettagliatissima descrizione che egli effettua della divinità e se certamente  vederla  emoziona di più, leggerne le fattezze testimonia quel capolavoro che pur brillando altrove, fa risplendere la sua origine nel nostro territorio,  gloria sontuosa della Magna Grecia.

Nell’opera vi è la mano di un grande scultore; i tarantini avevano, allora, una grande apertura culturale verso l’arte più elevata. Sicuramente scelsero uno scultore di grande finezza: forse un maestro greco immigrato in Magna Grecia o “ un colto artista locale di raffinata tecnica acquisita in qualche centro artistico greco. Solo una lunghissima pratica poteva infatti portare eccellenza nella modellatura del marmo greco” afferma Angelo Conte.

La nota mancanza di marmo dell’Italia meridionale obbligava a ricorrere ad importazioni dalla Grecia di piccole pezzature. In questo caso però, vi fu un’eccezione;  probabilmente una ricca aristocrazia tarantina del v. sec. a.C. fece giungere, dall’isola di Paro, un blocco di marmo insolitamente enorme, di circa una tonnellata.

Il marmo di Paro è un calcare cristallino a grana grossa, bianco, traslucido e duro, ma che permette una buona scolpibilità.

La ricerca ed il lavoro eccellente e minuzioso del professor Angelo Conte, dedicati al trafugamento di questa statua, chiariscono, una volta per tutte, le perplessità relative al luogo del rinvenimento; Conte sottolinea l’accurata indagine che effettuò, nel 1933, l’archeologa Paola Zancani Montuoro che, per prima, dimostrò la provenienza tarantina della statua, rinvenuta durante alcuni lavori di edilizia. L’archeologa riferì che essa “fu senza indugio rilasciata dai 4 operai che l’avevano ritrovata al giovane F.d.M.”, iniziali riferite al marchese Francesco Saverio De Mayda, un giovane della Taranto bene, amante di antichità e che poi, egli, dopo l’acquisto, avrebbe trasferito in una casa privata ad Eboli e da cui iniziò un avventuroso cammino sino alla meta conclusiva. Il lavoro di Angelo Conte riporta documenti originali, come la lettera della Zancani Montuoro al Direttore del Museo Nazionale di Taranto Renato Bartoccini, datata Napoli, 1 Dicembre 1933.

 Il Bartoccini poi si rivolse alla Guardia di Finanza, il cui comandante era, all’epoca, Giuseppe Tricoli e non fu difficile rintracciare i 4 importanti personaggi che esposero la loro verità negli interrogatori.

E’dunque ricca la documentazione inedita, dell’archivio storico della Sovrintendenza per i Beni Archeologici della Puglia, relativa alle indagini condotte dalla Guardia di Finanza, su trafugatori e notabili della città, avvenute intorno al Marzo 1934.

Finalmente dopo 20anni grazie alle testimonianze di alcuni protagonisti emersero le prime dettagliate notizie  sul preciso luogo di ritrovamento della statua. Quella strada era Via Duca degli Abruzzi angolo Via Mazzini, in un cantiere di lavoro in zona non vicinissima all’Arsenale e non come aveva detto la Zancani, all’incrocio tra le vie Principe Amedeo e via Leonida.

Incantevolmente avvincente è nel volume di cui parliamo, l’excursus storico rigidamente ricostruito da Conte, nel tentativo di rintracciare i luoghi in cui era stata nascosta la statua. Numerosi gli interrogativi su quelli che non hanno agito per recuperare l’opera, prima che uscisse definitivamente dall’Italia. Il rammarico è che, anche allora, ebbe il sopravvento la tendenza, quasi atavica, a svendere l’eccellenza artistica e culturale, in cambio di vile e scarso danaro.

 Da decenni Taranto e Locri si sono contesi la provenienza della “Dea del Sorriso”. A sostegno  della provenienza da Locri, vi fu la dichiarazione di un anziano contadino della zona che sostenne  d’aver partecipato, in gioventù, al rinvenimento della statua, ritenuta la rappresentazione di Persefone, divinità venerata a Locri, luogo in cui venne alla luce un importante santuario. L’iconografia troverebbe riscontro nella produzione artistica locale del v sec. a.C.

Ma Conte riporta le recenti valutazioni scientifiche di Madelein Mertens Horn, membro emerito dell’Istituto Archeologico germanico di Roma ed esperta di scultura antica,  che hanno confutato l’interpretazione, mai dimostrata, secondo cui la dea raffigurerebbe Persefone. Per la Horn il sorriso, il mantello ed il sakkos (leggera stoffa in cui è contenuta la capigliatura) sono elementi che possono individuare invece, nella dea in trono, Afrodite, la protettrice dell’universo femminile con luoghi di culto sull’acropoli e a Saturo.

Il Convegno organizzato dal Dopolavoro Filellenico, ci ha regalato sicuramente un’approfondita conoscenza sui dibattiti e sui documenti che caratterizzano una parte del patrimonio artistico della Magna Grecia. Ma dolorosamente ci ha ricordato il sopravvento che il mercato clandestino ha sempre avuto nelle nostre terre, forse per il disimpegno delle istituzioni o forse perché, l’amore verso il patrimonio artistico e culturale, non coincide con chi occupa ruoli egemoni a tutela di esso.

Maria Lasaponara

 

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