A TARANTO IL REFERENDUM SULL’ILVA E’ UN FLOP

La percentuale è al di sotto delle aspettative degli organizzatori: non supera il 20%

I tarantini disertano il referendum sul futuro dell’Ilva: in pochi sono andati a votare e la sfida del quorum lanciata dai promotori dell’iniziativa sembra sia stata persa. La percentuale è al di sotto delle aspettative degli organizzatori: non dovrebbe superare il 18-20%. In questa prima domenica di tepore e di primavera l’Ilva e Taranto hanno vissuto dunque un’altra giornata importante, l’ennesima in questo ultimo anno: i tarantini sono stati chiamati a votare per il referendum promosso dal Comitato `Taranto Futura´ che per questo ha raccolto 12.000 firme. Una croce su un `sì´ o su un `no´ per decidere del futuro della fabbrica, se il colosso dell’acciaio deve o no chiudere in tutto o in parte.

Ai tarantini sono state poste due domande: sì o no alla chiusura totale dello stabilimento; sì o no alla chiusura parziale dell’Ilva cioè della sola area a caldo, quella sottoposta a sequestro dalla magistratura dal luglio 2012 perché altamente inquinante. È questo il dilemma che strazia la città e i tarantini da sempre, acuito in modo esponenziale negli ultimi mesi, da quando cioè è intervenuta la magistratura dando il via ai primi sequestri, ipotizzando nelle accuse un disastro ambientale senza precedenti. Lavoro o salute? Oggi la possibilità di fornire una risposta era proprio lì. Lì, a Taranto, dove i numeri sui casi di tumore, soprattutto tra i bambini, fanno tremare i polsi, lì dove le famiglie hanno sempre almeno un proprio congiunto che è impiegato nella grande fabbrica, lì dove la magistratura ha ingaggiato una battaglia forse unica nel suo genere, lì dove i `padroni´ dell’azienda (alcuni dei quali ancora agli arresti domiciliari, ad oltre nove mesi dalla esecuzione della prima ordinanza di custodia cautelare) puntano i piedi rallentando lo stanziamento necessario per la mega-bonifica imposta ormai anche dall’Aia, lì tutto è davvero ormai un grande, intricato, nodo da sciogliere.

Il referendum, solo consultivo, ha la necessità di vedere alle urne il 50% più uno degli aventi diritto, che sono poco più di 173.000. Il quorum è dunque di oltre 86.000 votanti. Il Comune ha costituito 82 sezioni, in 19 scuole e una nell’ospedale Santissima Annunziata. L’affluenza alle urne alle ore 19.00 è stata del 13,1%. Nel rione Tamburi, il più esposto all’inquinamento prodotto dagli impianti del Siderurgico, si è recato ai seggi il 9,7% degli aventi diritto e nella zona Borgo-città vecchia il 14.4%. Difficilmente, quindi, si raggiungerà il quorum del cinquanta per cento più uno.

Malgrado gli appelli fatti nei giorni scorsi da associazioni ambientaliste, come Peacelink (il presidente, Alessandro Marescotti oggi nel suo blog ha attribuito una grossa responsabilità per la scarsa partecipazione al referendum al Movimento 5 Stelle che non si è mobilitato), i tarantini, sembra quindi abbiano voluto snobbare le urne. Sono stati convinti, forse, dagli inviti all’astensione o dai giudizi di `inutilità´ espressi da partiti e sindacati. Un voto, quello di oggi, che è arrivato, a pochi giorni dalla sentenza, emessa il 9 aprile scorso, con la quale la Corte Costituzionale ha stabilito che la legge 231 del 2012, la cosiddetta `legge Salva-Ilva´ è costituzionale e non lede l’autonomia del potere della magistratura. La legge stabilisce che l’Ilva può continuare a produrre ma a condizione che l’azienda proceda, passo dopo passo, alla bonifica dell’area, seguendo tutte le prescrizioni previste dall’Autorizzazione integrata ambientale (Aia).

Intanto, il 12 aprile scorso, il neo-amministratore delegato dell’Ilva, Enrico Bondi, subito dopo la nomina, ha compiuto una visita in fabbrica per incontrare il direttore dello stabilimento, Antonio Lupoli, capi area e dirigenti, accompagnato dal presidente, Bruno Ferrante. Il nuovo Ad ha tra l’altro preso immediatamente visione dello stato dei lavori nelle aree maggiormente interessate dalle prescrizioni Aia, quindi parchi minerali, altoforni e cokerie.

FONTE

lastampa.it

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