IO E MARCUCCIO, UN RAPPORTO CURIOSISSIMO E STRAORDINARIO. “GIOVA’? GIOVANNI? GIOVANNI MIA!”

Il lettore mi perdoni se in qualche passo mi lascio andare ad un linguaggio scurrile, ma era così intelaiato il mio contatto quotidiano nel rapporto con Marcuccio. Ed è bello ricordarlo anche così

Parlare, o meglio scrivere di Marcuccio, almeno per me, non è assolutamente difficile, anzi è una cosa che faccio volentieri, magari accompagnato da qualche lacrima che ogni tanto mi scende dal viso mentre sto scrivendo. Ci vedevamo ogni giorno, ci incontravamo ogni giorno, e ogni giorno era sempre un giorno carico di sfottò a cui lui partecipava volentieri. Tanti fatti da raccontare, tante situazioni curiose da mettere a conoscenza del nostro lettore ma su tutto, credo, un modo di renderlo meno solo. E a lui piaceva questo modo tanto da renderlo partecipe!

Dalle prime luci dell’alba lui era lì con una grande busta di plastica riempita di pane appena sfornato che qualche generoso panificio del centro regalava volentieri a lui, pochi metri e si sedeva sulla panchina vicino alla mensa della Chiesa Madre. Aspettava qualche minuto e mi vedeva passare, con il Fiorino o con la Punto, ed era pronto il mio primo saluto: “Marcù? Satizza!!!” La sua risposta non tardava ad arrivare. “Hà tei, Giovà!”

E subito ci mettevamo a ridere. “Giovà? Do stà bbani?”

La mia risposta era celere: “Ccè bbuè Marcù?” Il caffè era la prima richiesta del mattino. Va bene.

Saliva nella macchina, spesso ero io che scendevo e andavamo a piedi  in uno dei tanti diversi bar del centro e prendevamo il caffè assieme. Il problema più grosso glielo ponevo davanti al gestore, in modo da renderlo partecipe alla consumazione. “Marcù? Paja!” e lui sempre a mò di ritornello: “Paja tu, scjà!” Ed io di botto: “Fammi capì! Quannu ha pajà tu?”

Pronta la poesia di Marcuccio: “Puei paju quannu piju la penzioni”. Un mattino, d’accordo con il gestore del bar, gli imposi il pagamento della consumazione, e lui: “Dai! Nò ffà lu mamminu!”

Insomma questo era il rituale di ogni mattina, ma non era solo questo. Molti anni fa, quando la lira era ancora in auge, mi chiese cinque mila lire: gliele diedi e gli dissi: “Mò quannù  mlà dà tà?” e lui, almeno allora faceva così, mi disse che appena si pagava la pensione me li avrebbe dati. Alla parola mi disse. Qualche giorno dopo un ragazzino mi citofona e mi dice che sotto casa sta Marcuccio che mi cerca e che mi deve dare i soldi.

La cosa mi incuriosisce, mi affaccio dal balcone e vedo Marcuccio con i soldi in mano che li sta sventolando. Scendo dalle scale e apro il portone e gli dico il perchè non ha suonato lui al citofono. Lapidaria la sua risposta: “Nò ncì arriu allu citofono Giovà”.

Un estate di qualche anno fa, erano circa le tre del mattino e Marcuccio vide la luce accesa della redazione e mi chiamò dalla strada: “Giovà? Giovà? Giovà”.

Mi affacciai e chi vidi? Marcuccio! “Che caca cazzu! Che bbuei Marcù?” Era ancora la richiesta di un favore, di uno dei tanti innumerevoli favori. “Mà purtà fori ca aggià scji coijri li muluni?”

Ed io: “Ma pi ci mà pijatu? Pi lu pulman ti là sudest?”

Gli dico di non gridare che tutti dormono, e di aspettare che scendo subito e lo accompagno.

Un minuto e sono giù. Direzione? La strada provinciale di Uggiano. Arrivati a metà strada mi dice di fermarmi che è arrivato a destinazione. Il tempo di scendere dalla macchina, mentre faccio inversione per tornare a Sava, mi dice che non è quello il terreno per la raccolta delle angurie. Risale in macchina, rinverto la macchina, Marcuccio sale di nuovo e mi dice di proseguire ancora verso Uggiano.

Ripartenza e mi dice che quello che mi indica è il terreno giusto, entro nella stradina laterale ma non vedo nessuno. Mi guarda in faccia  e mi dice: “Giovà? Cè giurnu è oscji?” Gli dico che è mercoledì.

Mi guarda tenerissimo e mi dice: “Aggià sbajatu giurnu! Sciutia era dà essiri!” In conclusione, sbagliò il giorno e molto probabilmente anche il terreno di raccolta.

Marcuccio: l’ultima foto fatta dal nostro giornale

Spesso si recava alla fontana pubblica che stava in Via Croce con due anfore e al ritorno era tassativo il suo passaggio da Via Gigante, e di conseguenza l’attraversamento pedonale e appena lo vedevo da lontano, mentre lui aspettava che le macchine non passavano più, io ero lì in agguato ad accelerare mentre lui attraversava la strada! Lo puntavo con la macchina, la scena era da panico per Marcuccio: subito correva verso il marciapiede opposto con le anfore traboccanti e il fiatone addosso con la conseguente paura.

“Ricchinu!” era l’epiteto che gli usciva dalla bocca al momento. Sorridente mi allontanavo.

Tantissime volte era seduto sulle panchine di Via Del Prete con il suo cappellino di lana e quando passavo, spesso non si accorgeva di me in quanto stavo dietro alle sue spalle, gli toglievo il cappellino di lana e lo lanciavo su di uno dei tanti alberi di aranci selvatici che costeggiano il viale.

Scattava subito e voleva ricorrermi, e giravamo insieme intorno alla panchina a mò di gatto con il cane. Era scontato che non mi avrebbe mai preso ma la minaccia era pronta: “Giovà? A te tajia tajià lu nannanoci!” E che dire delle innumerevoli volte che quando lo vedevo assieme a qualcuno gli gridavo “Ricchioni” e lui sfoderava la sua mano sinistra dal giubbotto e con il gesto delle due dita, indice e medio, mi diceva: “Tu sé ricchioni. Tò voti!”

La visione delle due dita era singolarissima: la lunghezza del dito medio  era giusta ma quella dell’indice no. Gli mancava la prima falange, ed erano curiosissime queste due dita.

E che dire quando mi fermò per strada con un dvd che qualcuno gli aveva dato, da un contenuto che è inutile dirlo ma che comunque spesso è stato conosciuto da noi comuni mortali, e che lui voleva vedere in redazione.

Saliva con fatica in redazione, il peso ormai lo aveva sovrastato (pesava oltre 140 kg!), mettevo il dvd nel computer e lui si posizionava tranquillo tranquillo e non si muoveva per nulla!

E’ inutile commentare il contenuto del filmato…Marcuccio era tanto per ognuno di noi, ma davvero tanto. Spesso quando passavo da Via Gigante, lo vedevo davanti al tabacchino o di fronte alla salumeria e a volte avevo cose più impellenti da fare, e da pensare, e di conseguenza lo ignoravo.

“Giovà? Giovanni? Giovanni mia!”, mi urlava! Mi bloccavo, facevo marcia indietro e me lo portavo con me! Mannaggia sua …Era il pensiero spenseriato di ogni giorno, era la figura che ti faceva scordare, almeno al momento, i tanti problemi della quotidianità. Ultimamente il diabete lo aveva colpito e sapeva benissimo che il caffè o il cappuccino lo doveva consumare senza zucchero. Questo lo sapeva abbastanza bene, ma sapeva abbastanza bene anche che chi pagava le consumazioni al bar non doveva essere mai lui!

Marcuccio sindaco!

Nel maggio del 2009 il nostro giornale compì 7 anni e volli invitarlo alla cerimonia ma gli dissi categorico: “Devi venire pulito, ordinato e sbarbato. Se non vieni così non ti faccio entrare in Sala Amphipolis!” Mi promise che lo avrebbe fatto e infatti si presentò profumatissimo e in perfetto ordine. Escogitammo una bella idea per Marcuccio, di cui abbiamo ancora il filmato di quell’incontro: gli mettemmo la fascia tricolore a mò di sindaco e lo mettemmo al tavolo dei relatori. Non si mosse per nessun motivo. Finita la celebrazione dei sette anni di viv@voce con tutti i redattori ci recammo alla Pergola per cenare. Una grande abbuffata per Marcuccio, mangiò tantissimo: tantissimi antipasti, quattro primi, cinque secondi, insomma consumò un pasto che senz’altro avrebbe soddisfatto degnamente un gruppo di cinque persone!

La cosa più curiosa fu che alla fine della cena disse: “Giovà? Là diciri ci mi porta nnù piccà ti provoloni piccanti?” Accontentato!

Mannaggia a Marcucciu nuestru…

Si era lasciato abbandonare al cibo, mangiava tantissimo, ma davvero tanto e in una occasione, curiosa sempre, con don Teodoro Tripaldi presente, gli dissi che forse  Marcuccio, assieme a Sciacallo, era pronto per prendere il posto dell’ippopotamo allo zoo di San Cosimo!

Se qualche giorno non mi vedeva o non mi incontrava era subito pronta la domanda: “Giovà? Addò hà statu?” Il giorno prima dell’incidente, alle 5.30 ci trovammo in Piazza San Giovanni, mi chiese 15 euro. “Aria, Marcù!”

Abbassò la richiesta: 10 euro. “Noni”. Ancora al ribasso: 5 euro! “Nò ani nienti, aria”.

Ancora più giù: “Tammi nnè uru!”

Gli dissi: “Il caffè se lo vuoi te lo pago ma niente soldi”.

Ci avviammo, come le innumerevoli volte, al bar per la consumazione quotidiana. Oggi Marcuccio oggi non c’è più: al suo funerale tantissime persone, ma davvero tante, manco fosse una autorità. Una chiesa gremita di tanti savesi, tutti con gli occhi annebbiati, alcune signore che non riuscivano a trattenere il pianto e il singhiozzo era alto. Don Teodoro ha interrotto per alcuni secondi l’omelia in favore di Marcuccio, anche lui era commosso per la perdita della nostra mascotte.

La vignetta di Paolo Piccione e il manifesto che il nostro giornale dedicò a Marcuccio

Marcuccio era una semplicità e in quella semplicità moltissimi savesi si sono identificati.  Marcuccio non lo vedremo più lungo Via Gigante, o su di una panchina su via Del Prete, oppure alla fontana pubblica con le sue anfore e tanto meno in un bar del centro a prendere un caffè o un cappuccino (senza zucchero!) e al mattino nessuno di noi pagherà più una consumazione per lui al bar…

Via Del Prete, luogo dell’incidente in cui Marcuccio perse la vita

Caro Marcuccio, tutti noi savesi vorremmo che tu fossi qui, ancora con noi, senza di te abbiamo perso un qualcosa, senz’altro una piccola parte della nostra vita quotidiana, qualcosa di insostituibile … vola alto nel cielo e quando ti fermerai, ricordati sempre: “BUONA GIORNATA”!, ed io ti saluterò alla mia maniera.

Ciao Marco!

Giovanni Caforio  

 

 

One Response to IO E MARCUCCIO, UN RAPPORTO CURIOSISSIMO E STRAORDINARIO. “GIOVA’? GIOVANNI? GIOVANNI MIA!”

  1. viv@voce scrive:

    A Marcuccio, per tutto quello che è stato per noi savesi …

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